LE RADICI DELLA REPUBBLICA

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Come molti sanno o dovrebbero sapere, questo è l’incipit della Costituzione della Repubblica italiana (art. 1, 1° comma). Esso offre molti spunti di riflessione ed è stato, nel corso dei decenni successivi all’approvazione della nostra carta costituzionale, al centro di numerosi commenti da parte di una vasta platea di studiosi.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari del contenuto di questa norma, così importante per il nostro Stato, tanto da costituirne il principio fondante. Prendo le mosse da quanto disse, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, l’on. Amintore Fanfani (1908-1999), uno dei proponenti[1] della formulazione attuale del primo comma dell’art. 1: “La dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, (…) affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947, p. 2369).

Da queste osservazioni discendono due principi. Il primo è che lo Stato deve realizzare le condizioni che consentano ad ogni cittadino di contribuire al bene comune attraverso il proprio lavoro. Ciò si ricollega a quanto stabilisce l’art. 3, 2° comma, per cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. A tal fine, nel successivo art. 4, 1° comma, si afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”[2].

Da ciò consegue che è compito dello Stato (in tutte le sue articolazioni, sia a livello centrale che locale) agire per combattere ed eliminare la disoccupazione, realizzando uno dei grandi interessi pubblici che dovrebbe perseguire uno “Stato sociale moderno”, come lo intendeva l’economista Giovanni Demaria (1899-1998), ossia uno Stato “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo”, uno Stato la cui funzione sia “di sprone, di eccitamento e di costruzione per attuare un tipo di società sempre più alto” (G. Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1946, p. 35 e 279).

L’on. Meuccio Ruini (1877-1970), presidente della Commissione per la Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75[3], nella Relazione al progetto di Costituzione precisò che “l’affermazione al diritto al lavoro, e cioè ad una occupazione piena per tutti” rappresenta l’enunciazione “di un diritto potenziale” che la nostra legge fondamentale può indicare “perché il legislatore ne promuova l’attuazione secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume” (Commissione per la Costituzione, Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947, p. 7). Nel medesimo senso si espresse l’on. Gustavo Ghidini (1875-1965), anch’egli membro della Commissione dei 75 e presidente della III sottocommissione, il quale osservò che “Il diritto al lavoro[4] è un diritto potenziale, in base al quale si vuole impegnare vivamente lo Stato ad attuare l’esigenza fondamentale del popolo italiano di lavorare” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 7 maggio 1947, p. 3704).

Pur avendo il richiamo al diritto al lavoro natura potenziale, nondimeno la norma impone allo Stato[5] un preciso impegno programmatico in materia di politica economica. Come scrisse il giurista Costantino Mortati (1891-1985) ciò costituisce un “vero e proprio obbligo giuridico dello Stato”, che presuppone “la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Roma, Camera dei deputati, 1953, vol. IV, t. I, pp. 85-86).

Quanto scrive Mortati riecheggia le affermazioni dell’economista Federico Caffè (1914 – ?), che fu chiamato a collaborare con la Commissione economica, istituita presso il Ministero della Costituente nel 1945, e presieduta da Demaria[6]: “le decisioni economiche rilevanti non sono il risultato dell’azione non concordata delle innumerevoli unità economiche operanti nel mercato, ma del consapevole operato di gruppi strategici in grado di limitare l’offerta ed influire sulla domanda, orientandola a loro piacimento. Il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda e altri ne abbiano più d’una” (Federico Caffè, “‘Bilancio economico’ e ‘Contabilità sociale’ nell’economia britannica”, in Id., Annotazioni sulla politica economica britannica in ‘un anno di ansia’, Tecnica Grafica, Roma, 1948). “La forza contaminante del denaro e del potere – scriveva alcuni anni dopo il grande studioso di economia – non crea meramente problemi di «imperfezioni» del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento. Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[7] (F. Caffè, “Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia”, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Ed. Studium, Roma, 2013, p. 166).

Sulla base di queste considerazioni, l’intervento statale non può essere improvvisato, ma deve “formare il contenuto di una vera e propria politica dell’occupazione, di una predisposizione di mezzi di azione da inserire come parte costitutiva nella politica generale e con essa armonizzata” (C. Mortati, cit., p. 86)[8]. La logica conclusione del ragionamento è che “una politica che non si indirizzasse verso il pieno impiego si porrebbe (…) in contrasto con l’esigenza fondamentale della costituzione, si risolverebbe in un disconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo che l’art. 2 impone alla Repubblica di garantire, dell’essenza più intima che anima questi diritti: la libertà e dignità della persona” (C. Mortati, cit., pp. 132-133).

Il secondo principio che si desume dall’enunciato dell’art. 4, e che fa da contraltare al primo, è espresso nel comma 2, nel quale si stabilisce come “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Con questa previsione si realizza “la sintesi fra il principio personalistico (che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa) e quello solidarista (che conferisce a tale attività carattere doveroso)” (C. Mortati, “Art. 1”, in Giuseppe Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi Fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 12). Assume così rilievo la dimensione etica del lavoro: se da una parte lo Stato si deve impegnare per rendere effettivo, attraverso gli strumenti della politica economica, il diritto al lavoro, e assicurare diritti e servizi ai cittadini, dall’altra il singolo col proprio lavoro deve contribuire al progresso della comunità sociale. In tal modo il lavoro costituisce, sempre secondo Mortati, “un valore da assumere come fattore necessario alla ricostituzione di una nuova unità spirituale, richiedente un processo di progressiva omogeneizzazione della base sociale, presupposto pel sorgere di una corrispondente struttura organizzativa, di un nuovo collegamento fra comunità e Stato” (C. Mortati., “Art. 1”, cit., p. 10), per approdare, avrebbe aggiunto Demaria, ad una sempre maggiore “affezione” dei cittadini a quest’ultimo, in modo che essi ne “vadano superbi e alteri” (Demaria, cit., p. 279), tanto da immolarsi in suo nome.

Sebbene quest’ultimo punto possa sembrare esagerato, la storia della nostra Repubblica è costellata da esempi di uomini e donne per i quali la dimensione etica del lavoro ha assunto le forme del sacrificio estremo per lo Stato. Tali sono tutti i magistrati, i politici, i componenti delle forze dell’ordine e i privati cittadini, che non venendo meno ai loro compiti, in nome dei principi affermati nella nostra Costituzione, hanno perso la vita nella lotta contro le organizzazioni criminali e terroristiche, che hanno tentato e tentano tuttora di sovvertire il nostro ordinamento. Ma non bisogna dimenticare tutti quei lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato, e imprenditori, che ogni giorno combattono per svolgere la loro attività lavorativa, per affermare attraverso di essa i principi di libertà ed eguaglianza di cui si sostanzia la nostra democrazia.

Lo Stato, pertanto, che per sua intima natura si fonda sul lavoro, è vincolato ad attuare una politica economica in grado non solo di tutelare chi è già occupato, ma di promuovere al massimo grado la creazione di nuovi posti di lavoro[9]. Le strutture pubbliche devono essere capaci di mettere il cittadino in condizione di poter trovare occasioni di impiego, di incrementare la propria professionalità, di aiutarlo in caso di perdita del posto di lavoro a trovarne un altro adeguato alle capacità possedute. Questi compiti non possono essere demandati in toto ai privati, lo Stato si deve impegnare in prima persona per adempiere ad uno dei suoi più alti fini.

Parafrasando una dichiarazione di Federico Caffè, a settant’anni precisi dalla firma della carta costituzionale, ci si può chiedere se i responsabili della politica economica, nelle loro scelte quotidiane, abbiano imparato a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”[10], anche nell’ambito degli interventi riguardanti il mondo del lavoro.

La risposta è che, negli ultimi decenni, i governi italiani si sono dati da fare davvero poco su questo fronte[11], svilendo quanto la Costituzione prescrive, tradendo i fini che i costituenti vollero assegnare alla Repubblica, e non onorando la memoria e l’impegno di tutti coloro che hanno ottemperato al dovere al lavoro talvolta fino al sacrificio della propria vita. Come scriveva ancora una volta Mortati “ciò che tiene unite le varie fila in cui si snodano le statuizioni costituzionali è uno stesso spirito informatore. Spirito consacrato nell’art. 1 che, come si è detto, esprime l’accoglimento di una concezione generale della vita secondo la quale deve vedersi nel lavoro la più efficace affermazione della personalità sociale dell’uomo, il suo valore più comprensivo e significativo perché nel lavoro ciascuno riesce ad esprimere la potenza creativa in lui racchiusa, ed a trovare nella disciplina e nello sforzo che esso impone, insieme allo stimolo per l’adempimento del proprio compito terreno di perfezione, il mezzo necessario per soddisfare al suo debito verso la società con la partecipazione all’opera costitutiva della collettività in cui vive” (C. Mortati, “Il lavoro nella Costituzione”, in Il diritto del lavoro, 1954, p. 152). Sono queste le radici della nostra Repubblica.

Giuseppe Prestia

 

[1] Gli altri proponenti furono i democristiani Aldo Moro (1916-1978), Egidio Tosato (1902-1984), Pietro Bulloni (1895-1950), Giovanni Ponti (1896-1961) ed Edoardo Clerici (1898-1975) e Giuseppe Grassi (1883-1950) dell’Unione Democratica Nazionale.

[2] La stretta connessione tra l’art. 3, comma 2, e l’art. 4, comma 1, è ben sottolineata dal giurista Alberto Predieri (1921-2001), il quale scrive: “Si constata che di fatto ostacoli di ordine sociale, pertinenti alla società così com’è, impediscono lo sviluppo della personalità umana e ai cittadini che lavorano l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. In conseguenza, la Repubblica esige dai cittadini l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, prende l’impegno di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto, onde tutti i cittadini possano rivendicare l’effettiva partecipazione all’organizzazione sociale” (A. Predieri, Pianificazione e Costituzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1963, p. 193).

[3] La Commissione per la Costituzione, composta da 75 deputati (e quindi detta “Commissione dei 75”), fu creata allo scopo di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’esame dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Meuccio Ruini, era suddivisa in 3 sottocommissioni: Diritti e doveri dei cittadini (I sc.), Ordinamento costituzionale della Repubblica (II sc.), Diritti e doveri economico-sociali (III sc.).

[4] Lo stesso Ghidini definì il diritto al lavoro come “quel diritto che splende, direi, nella nostra Costituzione come una stella fulgidissima” (Atti dell’Assemblea Costituente, p. 3704).

[5] Molti hanno sostenuto che alcune norme della Costituzione, tra cui quella dell’art. 4, avrebbero solo uno scopo programmatico e sarebbero quindi prive di carattere vincolante. Contro questo indirizzo si espresse, già negli anni ’50, Vezio Crisafulli (1910-1986), il quale notava che “tutte le (…) disposizioni di principio formulate nella Costituzione vigente pongono vere e proprie norme giuridiche” (La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffrè, Milano, 1952, p. 37). Costantino Mortati da parte sua osservava che “la ragion d’essere delle costituzioni sta proprio nell’esigenza di mantenere un dato ordinamento dei pubblici poteri fedele, sia pure con i necessari adattamenti alle varie situazioni concrete, ad un fine generale e quindi impegnare i futuri detentori della sovranità al suo rispetto” e in riferimento all’art. 4 specificava che l’efficacia ne era anzi potenziata dalla sua inclusione tra i principi fondamentali, “fra quelli cioè che sono intesi a caratterizzare il tipo di Stato, ad esprimere quello che si suol chiamare «lo spirito del sistema»” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Camera dei deputati, Roma, 1953, vol. IV, t. I, p. 128 e 132).

[6] La Commissione economica iniziò i suoi lavori il 29 ottobre 1945 ed era suddivisa in 5 sottocommissioni. Caffè era membro della sottocommissione “Problemi monetari e commercio estero”, per la quale stese una relazione intitolata “Risanamento monetario”, inserita come Cap. I del rapporto della Commissione economica all’Assemblea Costituente (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica, III, Problemi monetari e Commercio estero. I-Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, pp. 5-57). Collaborò strettamente anche con Meuccio Ruini, presidente della già ricordata Commissione dei 75 e prima ancora Ministro dei Lavori Pubblici e poi della Ricostruzione nei governi Bonomi e Parri (1944-45), e con Giuseppe Dossetti (1913-1996) e il gruppo che a lui faceva capo in seno alla Democrazia Cristiana (molti contributi di Caffè furono pubblicati sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

[7] Il corsivo è dell’autore.

[8] Un altro eminente giurista, Giuseppe Federico Mancini (1927-1999), qualifica il diritto al lavoro come un “diritto sociale”, in quanto ad esso corrisponde la “pretesa dei cittadini a un comportamento dei pubblici poteri che, svolgendo il programma previsto dalla norma, realizzi condizioni di pieno impiego” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna – Roma, 1975, p. 209). Tale pretesa si sarebbe dovuta tradurre “da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (…); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di un programma di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata” (G. F. Mancini, cit., p. 220). L’autore non concorda invece nel far rientrare il diritto al lavoro nell’ambito dei diritti di libertà che come “tutti sanno (…) hanno di mira la determinazione di una sfera entro cui l’individuo possa operare autonomamente; da ogni altro soggetto essi esigono un atteggiamento di astensione e, se richiedono un facere della pubblica autorità, questo consiste in definitiva nell’imporre obblighi di non facere e nel reprimerne l’inadempimento” (G. F. Mancini, cit., p. 209).

[9] Già G. F. Mancini sottolineava come “con risolutezza, con incisività e con una ragionevole misura di successo lo Stato ha agito (…) soprattutto a tutela degli occupati. (…) Questa attitudine dello Stato, energico nella difesa dell’occupazione, debole nell’attacco della disoccupazione, questa tendenza a privilegiare la garanzia anziché l’incremento dei posti di lavoro, costituiscono un fenomeno di grande rilievo” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca, Commentario alla Costituzione, cit., p. 230. I corsivi sono dell’autore).

[10] La frase originale era la seguente “A trenta anni precisi dalla firma della carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è ‘compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’ ”, in Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 14-17, ottobre-novembre 1977.

[11] Da ultimo occorre ricordare i recenti interventi normativi, adottati in seguito all’approvazione della legge 10 dicembre 2014 n. 183 (il cosiddetto Jobs Act), che hanno modificato anche il sistema di collocamento (già profondamente cambiato dalla revisione legislativa del 1997) e di tutele per i disoccupati. Si tenga presente che i decreti delegati approvati in base alla legge 183/2014 in molti punti prevedono, per la loro concreta applicazione, l’emanazione di ulteriori decreti ministeriali o interministeriali, per cui non è ancora possibile una valutazione precisa degli effetti di tale riordino del mercato del lavoro.

CONTRO OGNI FONDAMENTALISMO da uno scritto di Jan Potocki (1761-1815)   

Titolo suggerito da Gianni Fodella per lo scritto di Jan Potocki che segue:

 

Lettera settima (scritta alla madre da Costantinopoli nella seconda metà del giugno 1784) Il processo di Draco (Racconto)

 

Draco, primo dragomanno della Porta, si era reso famoso nella capitale degli ottomani per la gran conoscenza che aveva acquisito della Legge musulmana. I commentatori gli erano familiari quanto gli scritti rivelati ai profeti, e i testi di questi libri sacri, che a ogni proposito sapeva citare, gli davano un tale vantaggio nelle dispute da attirargli inevitabilmente dei nemici. Il più pericoloso di tutti era il shaykh al-islam. Quest’uomo, giunto grazie all’intrigo all’eminente posto che occupava, s’indignava nel vedere un infedele possedere la scienza che per negligenza lui stesso non aveva acquisito. Divorato dalla gelosia andò dal visir e gli parlò così: “Onnipotente ministro, che godi senza riserve del favore del nostro sublime sultano, ascolta i consigli della religione, è lei che ti parla con la mia voce. Hai dato la tua fiducia a Draco, lo so. Ma non ti rendi conto che l’indulgenza con cui trattiamo i ciechi cristiani non può valere per questo infedele che pur conoscendo la nostra legge non la segue affatto? Da molto tempo l’ulema è ferito da questo scandalo, e io che ne sono il capo e l’organo mi sento costretto a chiederti la sua testa. Fai venire Draco, chiedigli quale sia la religione che crede migliore! Se decide per la nostra, obbligalo a seguirla. Se sceglie il partito contrario, profferisce una bestemmia e merita la morte”.

 

Il visir acconsentì, anche se con rammarico, a quel che si esigeva da lui. Fece venire il suo interprete. “Dragomanno” gli disse, “so che conosci altrettanto bene la legge rivelata al Santo Profeta quanto quella che Issa dettò un tempo ai suoi seguaci. A quale delle due dài la tua preferenza?”. Draco capì facilmente il tranello che gli si tendeva e chiese il permesso di raccontare questa storia:

 

“All’epoca” disse, “in cui comandavo a nome di Sua Altezza nella provincia allora affidata alle mie cure, alcuni sudditi avevano creduto di scoprire una miniera di metalli preziosi. Scavandosi ognuno una via differente, speravano tutti di poterne diventare un giorno proprietari. Dopo un lungo e assiduo lavoro le lampade si erano spente, ma il loro ardore era tale che lungi dall’accorgersene continuavano a gridare: “Sono stato io a trovare l’oro, gli altri non hanno che rame e stagno”.

 

“Colui che dall’alto dei cieli vede in fondo all’abisso la formica e sente il rumore delle sue zampe, vedeva anche quei disgraziati nei loro oscuri sotterranei. Senza dubbio avrebbe potuto riaccendere le loro lampade spente; avrebbe potuto far scendere su di loro qualche raggio della luce eterna che lo circonda. Ma non lo fece, accontentandosi di lasciare a ognuno la speranza e la sicurezza sufficienti ad assicurare la loro felicità”.

 

Qui finì il racconto di Draco. Il visir lo applaudì, e l’ipocrita uscì umiliato.

 

tratto da:

Jan Potocki Viaggio in Turchia, in Egitto e in Marocco 

Edizioni e/o, Roma 1990, pp.18-20.

LE MACERIE DELL’EUROPA

Nell’ormai lontano 1941, quando il secondo conflitto mondiale era in pieno svolgimento e la Germania hitleriana sembrava vicina alla vittoria, Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967), all’epoca confinati nell’isola di Ventotène, dopo una lunga detenzione in carcere per la loro attività antifascista, scrissero un breve opuscolo dal titolo Per un’Europa libera ed unita. Progetto d’un Manifesto. Lo scritto circolò dapprima clandestinamente in ciclostilato e venne infine pubblicato a Roma nel gennaio 1944, su iniziativa di un altro noto antifascista, Eugenio Colorni (1909-1944)*, il quale redasse una breve ed incisiva prefazione†. Colorni, che viveva nascosto nella capitale sotto falso nome, morì pochi mesi dopo ad opera di alcuni militi della banda Koch.

Il volumetto, oggi comunemente noto come Manifesto di Ventotène, partiva dalla constatazione dei guasti prodotti in Europa dalle idee di nazione (“un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi […]. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”) e di razza (“Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza, e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere, dimostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio.”). Le devastazioni generate da queste ideologie aberranti erano sotto gli occhi di tutti e avrebbero continuato a produrre i loro nefandi effetti ancora per diversi anni, provocando la morte di decine di milioni di persone.

L’unico modo per evitare che anche in futuro in Europa si potessero ripetere simili tragedie era di giungere finalmente all’unione degli Stati europei in una federazione: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Dalle macerie del secondo conflitto mondiale avrebbe dovuto sorgere una nuova entità politica, “un saldo stato federale”, i cui principi basilari avrebbero dovuto essere un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica” (così scriveva Colorni nella Prefazione).

Ma di primaria importanza era anche che nella nuova federazione venisse assicurato il benessere dei futuri cittadini europei. Per i due autori, infatti, “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. La realizzazione di condizioni di vita più umane avrebbe creato “intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, […] per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale.”
Questa premessa era necessaria per capire in quale direzione sta veramente andando l’Europa oggi. Indubbiamente dalla fondazione della CECA nel 1957 con i Trattati di Roma sono stati fatti progressi incredibili nel processo di integrazione europea, ma a partire dai primi anni ’90 e in particolar modo dall’istituzione della moneta unica, gli avvenimenti hanno preso una piega che non va nel senso prefigurato da Spinelli e Rossi.

Si è infatti completamente perso di vista quale deve essere lo scopo principale della progressiva unificazione europea, ossia assicurare la libertà dei cittadini europei e il rispetto dei loro diritti inalienabili, allontanando per sempre lo spettro della guerra, e offrire loro condizioni di vita rispettose della dignità umana. L’Unione europea avrebbe dovuto promuovere e diffondere questi valori sia al suo interno sia nel resto del continente, tra gli Stati che non ne erano ancora parte.

Di fatto questi obiettivi sono stati accantonati e lo dimostrano l’incapacità dell’Unione di arginare il rigurgito di odio razziale e nazionalistico sfociato nella guerra jugoslava, che tra il 1991 e il 1995 provocò, nel cuore della “pacifica” Europa, circa 100.000 vittime (bilancio ancora non definitivo), e le assurde regole di politica economica improntate ad un rigore cieco, che hanno impedito di affrontare in modo appropriato la grave crisi finanziaria iniziata nel 2007/08 e di cui ancora oggi subiamo gli effetti negativi. Le tristi vicende della Grecia ne sono la prova evidente.

E le cose non sembrano cambiare nel presente. Mentre gli inglesi, grazie ai loro inetti governanti, si apprestano a lasciare la barca che affonda, le istituzioni europee sono allo sbando di fronte agli imponenti flussi migratori provenienti dalle sponde dell’Africa e del Medio Oriente; si ergono muri dalla Manica ai Balcani, in un quadro di crescente intolleranza, favorendo così ulteriormente il terrorismo; e in alcuni paesi (Ungheria e Polonia) si riaffacciano tendenze illiberali, tollerate in spregio ai principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di fronte a tutto ciò, nei consessi di Bruxelles non si fa altro che parlare di rapporto debito/PIL o di pareggio di bilancio. Ma il pareggio di bilancio non salverà l’Unione dal naufragio.

Nell’Europa attuale si ripropone lo scontro che già anticipavano Spinelli e Rossi nel Manifesto tra le forze “che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Occorre ritornare allo slancio ideale di Spinelli e Rossi, fatto proprio in passato da altri “padri fondatori” dell’Europa come Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, per rilanciare il progetto di progressiva unificazione dell’Europa. Bisogna riportare l’uomo e la sua dignità al centro dell’azione politica europea. Non può l’economia dominare e sopprimere l’uomo, non si può in nome del rigore nei conti pubblici far morire di fame un intero paese come è accaduto con la Grecia.

Continuare su questa strada porterà alla fine dell’Unione, favorirà quelle forze, già presenti in Europa in molti paesi, che ripropongono i vecchi temi del nazionalismo e dell’intolleranza. Nonostante coloro che vogliono farci credere ancora oggi all’esistenza di popoli europei divisi e addirittura in contrapposizione tra loro, bisogna riaffermare la profonda unità che è alla base della cultura e della civiltà europea, che ha saputo conciliare e intrecciare nel corso dei secoli tradizioni di pensiero, modi di vita, religioni, arti e letterature di popoli diversi ponendo le basi per una convivenza pacifica tra comunità assai eterogenee. Un patrimonio culturale in molti casi comune anche con le sponde dell’Africa e del Medio Oriente che si affacciano sul Mediterraneo e che dovrebbe costituire la base di partenza per l’integrazione di quanti lasciano i loro paesi a causa della fame, della guerra o delle persecuzioni politiche, cercando un porto sicuro in Europa, e per combattere i germi del terrorismo, che nascono in gran parte dal risentimento e dall’odio per essere stati rifiutati e discriminati.

Dall’attuale crisi delle istituzioni europee, dalle macerie di quest’Europa di oggi, bisogna ripartire per dare un nuovo senso alla costruzione dell’Unione europea. Si deve ripensare ai motivi fondanti di questo progetto, recuperare l’idealità che ne fu all’origine. Come scrivevano Spinelli e Rossi alla fine del loro Manifesto “Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”.

Giuseppe Prestia

*Anche Colorni era stato confinato a Ventotène dal 1939 al 1941. Trasferito poi a Melfi, riuscì a fuggire nel maggio 1943 e a raggiungere Roma.

†Il volume venne pubblicato clandestinamente dalle Edizioni del Movimento Italiano per la Federazione Europea (ne furono stampate 500 copie numerate) con le sole iniziali degli autori, A. S. e E. R., e il titolo Problemi della Federazione Europea, in quanto comprendeva altri due saggi di Spinelli (Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, scritto nella seconda metà del 1942, e Politica marxista e politica federalista, scritto tra il 1942 e il 1943).

TERRORISMO: L’UTOPIA DEI PROFETI MEGLIO CHE IL REALISMO DEGLI STATISTI-NULLITA’

Forse non sarebbe questo il momento per fare il Misogallo. Per chi non ha fatto il classico bensì lo scientifico o l’informatico: si intitolò Misogallo lo scritto con cui Vittorio Alfieri esplicitò il suo sdegno per quel che facevano i giacobini francesi nei pochi anni che la Rivoluzione borghese degenerò in quotidianità della ghigliottina. E sì che nelle famiglie piemontesi del suo ceto la Francia era quasi patria. I nobili, se non usavano il dialetto, erano francoparlanti. E lui, il nostro sommo tragico, andò a Firenze non solo per ‘lavare in Arno’ il suo scrivere, anche per prendere assidue lezioni di lingua italiana.

Il qui sottoscritto non è disgustato come l’Alfieri. Però certi recenti casi d’oltralpe gli sembrano rotondamente ridicoli. L’aggressione del terrorismo è cosa troppo seria per legittimare le trasferte patriottiche dei politicanti a Versailles, con obbligate allusioni alle grandi vittorie del Re Sole. Lì la nomenclatura, facce compunte e labbra modellate dai melismi della Marsigliese, ha recitato un copione eroico (con venature comiche): siamo in guerra, nessun compromesso, saremo spietati, orgoglio nazionale, valori laici, République, Liberté, diritti ai concerti rock e alle nozze gay, altri emozionanti gridi di battaglia. La Francia magari si rialzerà, come scrivono gli editorialisti cesarei. Ma è in grado di vincere solo un modico di vittorie di consolazione.

Gli arcicomandi di Hollande hanno fatto salpare la portaerei De Gaulle, e il gesto piace ancora agli épiciers che, a stare al Generale che dà il nome alla superba ammiraglia, fanno il grosso della nazione vittoriosa a Valmy e a Jemappes. Una portaerei fa effetto, avvicina un po’ chi ce l’ha alla Home Fleet e alla U.S.Navy. Però nell’ultima guerra mondiale il compianto guerrafondaio F.D.Roosevelt ne aveva un centinaio di portaerei (di varia stazza). Vinse, e dopo di lui i successori hanno perso tutte le guerre che hanno intrapreso. Non bastano le portaerei.

Per parlar chiaro: il fiammeggiare a Versailles dello spirito militare -quello della Francia ufficiale come quello degli épiciers- ricorda i nostri Otto milioni di baionette e le nostre Otto corazzate. E il presidente Hollande non dimentichi che molti statisti compaesani sono caduti nei trabocchetti della Storia. Per sprovvedutezza.

1870: Emile Ollivier, capo dell’ultimo governo del Second Empire, e l’Alto Comando assicurano Napoleone III che sbaraglierà la Prussia di Bismarck. 1914: il presidente Poincaré, giunto a Pietroburgo sulla maestosa corazzata “France”, accompagnato dall’innocuo primo ministro Viviani, convince lo Zar a dare il via alla Grande Guerra (distruggerà lo Zar, la sua larga famiglia e molti milioni di uomini; darà la Russia ai bolscevichi). 1918: Georges Clemenceau è certo d’avere meritato l’Eliseo in quanto il Tigre de la Victoire; e invece no. 1919: il trattato di Versailles, troppo punitivo per la Germania, crea le premesse per il trionfo di Hitler. 1939. Edouard Daladier entra in guerra per onorare un impegno con Varsavia (che non onorò). L’impegno era stato assunto per comprare la sudditanza di una Polonia fatta artificialmente grande a Versailles. 1940: Paul Reynaud, capofila dei pochi che vogliono la guerra ad oltranza da una colonia africana, deve umiliarsi a guidare in chiesa una delegazione di ministri, tutti atei o ultra-laici, che fingono di implorare Santa Genoveffa perché salvi Parigi dalla Wehrmacht così come la salvò da Attila. 1957: il premier socialista Guy Mollet crede di schiacciare con le armi la rivolta d’Algeria e partecipa alla ‘vittoriosa’ spedizione di Suez.

Insomma Hollande è montato a cavallo, ma è difficile che torni vincitore. Con gli altri condottieri della Francia ha dato al tremendo problema del terrorismo la risposta più banale di tutte; quasi certamente la più inutile, avendo a che fare con un avversario che sembra non scarseggiare mai di kamikaze volontari. Le armi e le coalizioni potrebbero persino sconfiggere momentaneamente l’Isis territoriale. E dopo? L’estremismo esasperato è diffuso nei continenti. Si possono bombardare e conquistare tutti i continenti?

Se la soluzione militare non esiste, meno che mai esiste quella diplomatica. Non resta che l’utopia, ancora una volta più realista del realismo dei generali e degli statisti. L’utopia che sorga un pugno di uomini veramente grandi, grandi come il Nazareno e come Maometto, i quali sciolgano le rispettive Chiese ed eserciti di clero, e fondino l’Ecumene dei credenti. L’utopia, inoltre, che il mondo dei ricchi accetti di impoverirsi, di cambiare stili di vita e di consumi, per condividere ciò che hanno con le masse che oggi sperano nell’Isis.

Questo avvento della Più Grande Pace profetizzò Isaia (19, 18-24): “Il Signore percuoterà ancora gli Egiziani, ma poi li risanerà. In quel giorno l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria e gli Egiziani renderanno culto insieme con l’Assiria. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra”. Cose troppo immense per i semplici inconcludenti Bergoglio e per una turba di imam, muftì e capirabbini.

Eppure invocare che avvengano promette assai più che confidare negli Hollande e nei Cameron, nei loro marescialli, diplomatici e altri co-protagonisti del Nulla.

Jone

SANTITA’, SONO VANI ANGELUS E GIUBILEI. ABBANDONA ROMA, ASCOLTA I CRISTIANI DELLE PARROCCHIE

Quando apparve J.M.Bergoglio, uno di Internauta sostenne, nella sua nullità, che un papa col suo profilo aveva il potenziale da una parte, l’obbligo dall’altra, di andare ben oltre il ruolo dei suoi predecessori: di diventare il conduttore del mondo, il Mosè della rigenerazione non solo cristiana. A condizione che facesse il rivoluzionario vero, il distruttore nei fatti e non nelle enunciazioni. Il più convincente degli atti che gli spettavano era ripudiare Roma, col suo retaggio e il suo presente. Abbandonare l’Urbe fisicamente. Portare il vertice della Chiesa e una Curia umiliata e ridotta ai minimi termini in un monastero di montagna. Viene in mente l’abbazia di Montecassino, oggi quasi vuota di monaci. E’ sì aperta ai visitatori, ma che senso c’è a visitarla se così poche delle sue pietre scamparono alla polverizzazione bellica? E se a un suo ex-abate è stato sequestrato mezzo milione?

Abbandonare Roma per rifiutare venti secoli di continuità quasi tutta antievangelica. L’avesse fatto, Bergoglio avrebbe coll’esaltante novità della sua azione folgorato il pianeta intero, non la sola Cristianità. Sarebbe stato accettato come Guida e Maestro da gran parte dei viventi. Ovviamente non l’ha fatto, ed ecco oggi Bergoglio incatenato al male di Roma come Prometeo alla montagna. Però egli è immeritevole di tanta espiazione, non avendo fatto molto a favore degli uomini, che Prometeo amò al punto di sfidare gli Dei.

Il male di Roma, solo in apparenza è Mafia capitale, è migliaia di burocrati cariati, di politici e faccendieri che delinquono ogni giorno, è caput della oligarchia/cleptocrazia nazionale. E’ più ancora una Curia verminosa: farabutti con o senza porpora che agiscono come quei predecessori di cinquecento anni fa, quando a Lutero fu facile dimostrare che il papa era l’Anticristo. E si prese l’Europa del nord, che aveva la coscienza più pulita.

Oggi i credenti dovrebbero essere primi, ben avanti agli anticlericali e agli atei, ad esigere che Francesco sia spietato, non misericordioso, con quanti fanno del Vaticano una sentina.

Se non sarà spietato, risulterà in combutta con quelli. Non ci sono parole per dire la sozzura di successori degli Apostoli che rubano ai poveri e ai malati. Lo faceva quel papa che volle il Quirinale così sfarzoso.

Giorni fa il Pontefice ha creduto di ribadire che la Chiesa non può vendere i palazzi e le opere d’arte perché sovvengono ai bisogni delle Missioni, nonché alle “necessità della struttura”. Ebbene, la struttura dovrebbe abbatterla. I cardinali andrebbero aboliti e i prelati che maneggiano il denaro, sostituiti con quelle suore arcigne che gestiscono oscuri economati conventuali e ospedalieri. La Curia è un pozzonero da sigillare con cemento e catrame. La Chiesa si monderà, risorgerà, se volterà le spalle a un’Urbe che era malata già sotto gli Scipioni, figuriamoci dopo secoli di basso impero e dopo così lungo papato temporale. Duemila anni di nequizie.

Nell’immediato, quanto meno Francesco faccia fare gli straordinari alla Gendarmeria, indaghi e metta in carcere i mariuoli. Appena possibile, venda i Palazzi apostolici, offra all’asta San Pietro (non mancano le basiliche sane) , ascolti noi cristiani delle parrocchie che ancora prendiamo alla lettera il Vangelo. Il suo gregge è minacciato da grossi branchi di lupi affamati.

E per salvare vite umame disdica questo vano Giubileo.

Jone

PRESENTIAMO DI D. REYBROUCK “CONTRO LE ELEZIONI. VOTARE NON E’ PIU’ DEMOCRATICO” (FELTRINELLI)

Il recente saggio del belga David Reybrouck -la cui opera precedente “Congo” è stato un bestseller- reca ad epigrafe un pensiero di J.J.Rousseau la cui verità quasi nessuno più contesta: “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Lo è soltanto nell’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti esso torna schiavo, non è più niente”. Peccato che Jean-Jacques attribuì l’illusione di libertà al ‘popolo inglese’ invece che alla sua esigua minoranza aristocratica e altoborghese, che verso la metà del Settecento era sola a votare.

Qui riportiamo, riassumendo o spesso citando testualmente, i concetti essenziali del libro.

La prima parte, davvero incontrovertibile, di ‘Contro le elezioni’ argomenta che il metodo elettorale fu introdotto quale strumento elitista/classista, dunque non democratico. Ragiona l’Autore: “Ogni sistema politico deve trovare un equilibrio tra due parametri fondamentali, legittimità ed efficienza. Oggi però le democrazie occidentali si confrontano con la necessità di scegliere altro. La crisi della legittimità si manifesta anzitutto nel fatto che sempre meno persone si prendono la briga di andare a votare. L’astensionismo sta diventando la maggiore delle forza politiche. In questo stato di cose le istituzioni espresse dalle urne non si possono più considerare rappresentative”.

“In secondo luogo il voto è quanto mai volubile: i risultati elettorali sono i più instabili nella storia dell’Europa occidentale. Sempre meno gente aderisce a un partito, di conseguenza la militanza diminuisce”. Oltre a conoscere una grave crisi di legittimità, la democrazia basata sulle elezioni è sempre meno capace di azione. I parlamenti impiegano fino a una quindicina d’anni per riuscire a votare certe leggi. I governi fanno crescente fatica a formarsi: nel 2010 il paese di Van Reybrouck è restato un anno e mezzo senza Esecutivo. Inoltre i partiti di governo sono sempre più spesso puniti dagli elettori.

Dunque l’azione politica, per esempio riforme e grandi opere, richiede sempre tempi lunghi per le tante febbri elettorali e per i contrasti tra partiti e tra altri attori. L’Autore: “La politica è sempre stata l’arte del possibile, ma oggi diventa l’arte del microscopico”. L’operato dei partiti suscita sistematicamente disprezzo. Cresce la difficoltà di coinvolgere uomini nuovi e capaci di entusiasmo. Ha osservato Van Rompuy, presidente del Consiglio Europeo fino al dicembre 2014: “Il funzionamento delle nostre democrazie logora la gente a ritmo spaventoso”.

Invece di andare alla ricerca di nuove forme di governo, il politico è costretto a partecipare al vecchio, estenuante gioco mediatico-elettorale. ”Si delinea così la sindrome della stanchezza democratica. Una conseguenza esasperata del professionismo politico è la formazione di vere e proprie dinastie familiari. E il Parlamento non è più la sede di processi costruttivi o virtuosi. A esaminare più da vicino movimenti come Occupy Wall Street e Indignados si è colpiti dalla virulenza del loro antiparlamentarismo. Quei movimenti propongono invece una deep democracy: orizzontale, diretta, partecipativa. Insomma la true democracy. Per loro i parlamenti e i partiti hanno FATTO IL LORO TEMPO.

La Grande Guerra viene attribuita da molti agli eccessi della democrazia borghese del XIX secolo; è per questo che Lenin, Mussolini e Hitler riuscirono ad annientare il sistema parlamentare. Si dimentica che alle origini sia il comunismo, sia il fascismo erano tentativi di dinamizzare la democrazia. Nel suo celebre “Stato e rivoluzione” (1918) Lenin teorizzò la sparizione del parlamentarismo: ”Nei parlamenti si turlupina il popolo”.

Come guarire una democrazia così malata? Sicuramente NON mandando in parlamento persone diverse, come sostengono i populisti (e come fanno le Cinque Stelle). Una trasfusione di sangue in un corpo gravemente malato non promette guarigione. La promette un approccio drasticamente nuovo: abolire le elezioni, le quali cancellano la sovranità del popolo; passare al sorteggio, strumento di democrazia diretta. Cioè passare alla casualità della scelta, alla rotazione rapida dei sorteggiati, alla non rinnovabilità dei mandati. In altre parole alla Randomcrazia, che uccide il professionismo castale dei politici. La democrazia ateniese, sottolinea van Reybrouck, era contraddistinta dalla successione rapida dei mandati, attribuiti quasi tutti dal sorteggio. Si era membri della Eliea (tribunale del popolo) per un solo giorno (si è sostenuto che almeno in alcune fasi si poteva essere arconti per un giorno!). Aristotele scriveva senza mezzi termini: “Il sorteggio è democratico, l’elezione è oligarchica”. In effetti il tratto distintivo della libertà è l’essere a turno governati e governanti. Oggi invece imperversa l’oligarchizzazione della democrazia.

L’ipotesi della convivenza sorteggio-elezioni

Ammette però Van Reybrouck: “Se ci si accontenta di far regredire la partitocrazia invece di eliminarla, può essere saggio far coesistere la rappresentanza tradizionale con una formula di democrazia diretta. I grandi partiti, che hanno in mano lo Stato, fanno di tutto per difendere il fondamentalismo elettorale: per loro le elezioni sono sacre.

Il secolo XIX fu l’era del trionfo liberal-costituzionale, cioè del passaggio più o meno largo del potere dall’aristocrazia all’alta borghesia. L’una e l’altra si allearono stabilmente per sventare l’affermazione politica delle classi inferiori. Lo strumento di questa asserzione oligarchica fu il parlamentarismo. La rivoluzione europea si aristocratizzò. Per esempio in Belgio il diritto di votare per la Costituente del 1830 fu limitato a 46.000 cittadini maschi e possidenti, ossia a meno dell’1% della popolazione nazionale. Risultò un’assemblea di 200 membri così composta: 46 nobili, 38 avvocati, 21 magistrati, 13 ecclesiastici. Essa istituì una Seconda Camera (Senato) estremamente elitaria: erano eleggibili poche centinaia di persone, tutte della classe alta. E sì che la Costituzione belga era per così dire democratica: votava un belga su 95 cittadini, contro uno su 160 in Francia. Quasi tutte le Costituzioni europee, comprese alcune che vennero dopo la Grande Guerra, assomigliarono a quella belga. Il sorteggio ateniese, che nel Medioevo delle città-stato italiane si era notevolmente affermato, capitolò di fronte alle urne elettorali. Eppure le elezioni non erano state concepite come strumento di democrazia.

Il quarto e ultimo capitolo del libro di Van Reybrouck è dedicato alle numerose alternative alla democrazia rappresentativa che vengono avanzate dai politologi, specialmente accademici. Finora tutte le formule hanno mancato di cogenza di fronte al monolitismo dell’assioma secondo cui senza elezioni non c’è democrazia.

L’autore data al 1988 la riscoperta del sorteggio: a un articolo di James Fishkin, giovane professore dell’università del Texas, su “The Atlantic Monthly”, e al saggio “Strong Democracy” del politologo Benjamin Barber. Fishkin proponeva che un corpo di 1500 sorteggiati si pronunciasse con effetti significativi sui candidati alla Casa Bianca e sui loro programmi. Naturalmente Fishkin sottolinea che la sua ‘democrazia deliberativa’ risaliva ad Atene “dove le decisioni cruciali venivano prese da alcune centinaia di cittadini estratti a sorte. Oggi nessun ricercatore serio mette in discussione l’impulso che la democrazia deliberativa può dare al risanamento della rappresentanza”. Il dinamico impegno di Fishkin promosse una serie di iniziative popolari, a valle delle quali p.es. il Texas risultò nel 2007 primo tra gli Stati dell’Unione ad installare turbine eoliche.

Al lavoro pionieristico di Fishkin seguirono nel mondo centinaia di progetti partecipativi, in ambiti diversificati: Irlanda del Nord, Germania, Danimarca, Gran Bretagna, Cina e ancora USA. Furono sperimentate le formule più varie, dai ”Town Hall meetings’ al ‘Conclave democratico’ di migliaia di cittadini programmato per il 2020 dal primo ministro australiano Kevin Rudd. Più ambiziosi e ancora più ufficiali gli esperimenti avviati in Canada, Olanda e Islanda. Tuttavia, a poco meno di un trentennio dalla comparsa di Fishkin, i movimenti orientati verso la democrazia diretta hanno portato a poche realizzazioni. Le urne elettorali continuano a dominare le democrazie.

Eppure nel 1992 era avvenuto negli Stati Uniti un fatto talmente sintomatico da suscitare senzazione nel mondo intero. Un imprenditore di successo che aspirava alla Casa Bianca, Ross Perot, ottenne metà dei voti andati al presidente Bush padre con una proposta dirompente. Pur non abolendo l’istituzione parlamentare di vertice (Congresso), la proposta Perot la superava o esautorava. “Gli Americani sono i proprietari del paese. Se mi eleggeranno presidente, io esporrò loro i termini dei problemi principali, ed essi mi faranno conoscere il loro giudizio con tutti i mezzi di una tecnologia in fase di esplosione, il Congresso non oserà contraddire il popolo. Le volontà dei cittadini diverranno leggi o azioni esecutive”.

Lo scalpore fu straordinario. Per vari mesi la dirompente proposta Perot fu discussa dai commentatori del pianeta intero. Si parlò di fine del parlamentarismo e di ‘ritorno ad Atene’. Il vice presidente Al Gore mostrò di condividere l’auspicio di “a new Athenian democracy”. Tuttavia passate le elezioni presidenziali lo scalpore finì, non si parlò più di svolte. Oggi gli americani non sono affatto ‘i proprietari degli Stati Uniti’, bensì’ un popolo di sudditi dei politici. La sovranità la esercitano solo il giorno delle elezioni, quando danno delega, anzi procura generale non revocabile, ai politici. Le prospettive di democrazia diretta più o meno selettiva restano lontane. La fiducia dei cittadini nel sistema rappresentativo si assottiglia fortemente, ma il monopolio delle urne tiene.

In Italia gli studiosi accademici sanno che i loro colleghi stranieri, soprattutto negli Stati Uniti, lavorano a sviluppare alternative alle urne, senza che ciò li induca a fare altrettanto. A questo fine, gli accademici italiani è come non esistessero.

Verso la randomcrazia

Le ultime pagine di “Contro le elezioni” sono dedicate ai dettagli dei progetti d’innovazione affiorati in vari paesi, specialmente Canada (British Columbia e Ontario), Olanda, Islanda, Irlanda. In vari casi si propongono sistemi misti elezioni/sorteggio: cioè co-sovranità di una Camera eletta e l’altra sorteggiata. In Islanda il testo di una nuova Costituzione è stato elaborato da vari organismi della società civile. Il referendum svolto nel 2012 lo ha approvato coll’80% dei voti popolari. Anche l’Irlanda ha affidato (2013) a una Convenzione di cittadini scelti a sorte la stesura di una nuova Carta fondamentale.

E’ giusto evidenziare che in cinque paesi -British Columbia, Ontario, Olanda, Islanda, Irlanda- le iniziative d’innovazione sono state fatte proprie ufficialmente, e supportate con finanziamenti, dai rispettivi Governi o Parlamenti. E che sono in corso d’elaborazione almeno una ventina di formule che negli assetti bicamerali prevedono il sorteggio per una delle assemblee. Già nel 1985 gli studiosi statunitensi E. Callenbach e M,Phillips previdero il sorteggio per la House of Representatives nazionale. Una delle loro argomentazioni: il sistema elettivo puro è troppo esposto alla corruzione, mentre col sorteggio il potere del denaro è minimo. Non può comprare tutti i cittadini.

Il sorteggio di una Camera su due è stato proposto in Gran Bretagna da Barnett e Carty (sorteggiare i Lords) oppure sorteggiare i Comuni (Sutherland, 2011). In Francia il progetto di Yves Sintomer istituisce una Terza assemblea sorteggiata. Per l’Unione Europea il professore tedesco Hubert Buchstein prevede una Camera di 200 sorteggiati che si aggiunga al Parlamento di Strasburgo, con competenze uguali. Van Reybrouck osserva che queste ultime proposte riguardano paesi molto grandi (USA, UK, Francia, Unione Europea): “E’ passato il tempo che il sorteggio appariva adatto solo alle città-stato e ai microstati”.

Nella primavera 2013 la rivista specialistica “Journal of Public Deliberation” pubblicò il progetto di Terril Bouricius, per 20 anni parlamentare del Vermont. Rifacendosi alla logica del sistema ateniese, che ripartiva il processo deliberativo tra diverse istanze della democrazia diretta, Bouricius proponeva un multi-body sortition (sorteggio a più istanze). Reybrouck espone in molti dettagli -e appare far proprio- un sistema di sorteggio composto di sei organismi, tutti sorteggiati. E commenta: “La elitista distinzione tra governanti e governati sparisce completamente. Torniamo all’ideale aristotelico d’essere alternativamente governati e governanti”.

Secondo lui, è ancora presto perché in un sistema bicamerale si arrivi a sorteggiare una Camera: ”A meno che non minacci una rivoluzione, i partiti non vorranno consegnare al sorteggio metà di un parlamento bicamerale. Però ci siamo quasi”. In effetti, aggiunge, se abbiamo fiducia nel sorteggio che sceglie i giurati di un processo penale, perché non dovremmo averla anche per la funzione legislativa?” E poi: “il sistema bi-rappresentativo è il miglior rimedio alla sindrome di stanchezza democratica di cui soffriamo. Il sorteggio è una formidabile scuola di democrazia. Sarebbe interessante applicare il modello bi-rappresentativo in Belgio prima che altrove. Il Belgio ha accusato i sintomi più acuti della sindrome di stanchezza democratica. Dopo le elezioni del 2010 ci vollero 541 giorni perché si costituisse un governo: record mondiale.”.

Secondo il Nostro autore una fase pilota può immaginarsi in Irlanda,Islanda, Portogallo, Estonia, Croazia. Olanda. Del resto, secondo lui, i cittadini presi casualmente già partecipano di fatto al potere attraverso i sondaggi d’opinione, sempre più decisivi: “Le proposte di passare al sorteggio non hanno altro obiettivo che rendere trasparente un processo che esiste già.

Ecco le ultime righe del coraggioso libro belga: “Dobbiamo decolonizzare la democrazia. Dobbiamo democratizzare la democrazia. Che aspettiamo?”.

Internauta coglie questa occasione per segnalare che il proprio iniziatore, A.M.Calderazzi, è stato oltre trentanni fa verosimilmente primo nello Stivale ad auspicare a livello non accademico la fine del suffragio universale e della democrazia rappresentativa, cioè l’avvento di una democrazia semidiretta interamente basata su vari gradi di sorteggio. Sulla premessa che il sistema ateniese fu possibile perchè c’era una Polis sovrana di circa cinquantamila cittadini di diritto pieno, Calderazzi argomentava che un paese come l’Italia dovrà sostituire alle elezioni una Polis attiva di ‘supercittadini sovrani’, sorteggiati per turni di pochi mesi, non rinnovabili. L’Italia è in Occidente il sistema più corrotto e più colonizzato dai partiti. Dunque merita d’essere prima a chiudere le urne elettorali e a cancellare la casta dei politici.

Quindici anni fa -tre lustri prima di ‘Tegen verkiezingen’ (titolo originale del lavoro di Van Reybrouck) la Research Unit on Randomcracy e A.M.Calderazzi pubblicarono a Bath/Ontario e a Milano “Il Pericle elettronico: dossier sulla tecnocrazia selettiva. Materiali anglo-americani sulla superfluità delle urne e dei politici professionisti”. Internauta ha ripubblicato il dossier, pertanto esso è scaricabile gratuitamente dalla sezione Archivio.

Internauta online

A RENZI NON SERVIRA’ INSIGNORIRSI DELLA PIU’ TARLATA DELLE REPUBBLICHE

Si è forse placato lo sdegno di Geova (Genesi, XIX,24) per le turpitudini di Sodoma&Gomorra, che poi saremmo noi sudditi del peggiore dei sultanati?

A dire il vero sono apparsi segni che fanno sperare in un ritorno alla misericordia del Signore della Bibbia. Crescono un po’ le assunzioni a tempo indeterminato. Lampeggiano alcuni barlumi di ripresa. Lo sconcio indecente del bicameralismo perfetto, concepito (un paio di secoli fuori tempo) dagli usurpatori Costituenti, mentre si trovavano in stato di confusione etilica: lo sconcio, dicevamo, promette di finire. Hanno le ossa rotte le schiere petulanti di Gotor e quasi tutte le préfiche che singhiozzavano per gli attentati alla democrazia rappresentativa (quando Eugenio Scalfari si vergognerà per avere piagnucolato su quest’ultima?).

Ancora. Matteo Renzi, solo tra i Proci a meritare di scampare all’arco terribile di Ulisse, appare intenzionato a perseguitare un po’ la genìa che ci opprime e deruba, perseguitarla anche con allegri e benemeriti affronti alla Più Bella delle costituzioni. Uno di detti affronti e derive autoritarie potrebbe, a Dio piacendo, portare al top del potere i chiari occhi e gli ancor più dolci lombi di Maria Elena Boschi, perfetta antitesi dello spirito e della carne di Nilde Iotti, l’espiazione inflittaci dal fosco duo Togliatti-Stalin. Dunque, se gli Dei beati vorranno, potremo più in là riciclare al macero la Carta fondamentale redatta dagli Antilicurghi dei Comitati di Liberazione (è noto che a Sparta il legislatore Licurgo finì coll’ottenere onori divini, tanto migliori essendo le sue norme rispetto a quelle oggi imposteci dalla Consulta oligarchica).

Dunque non tutti i presagi sono funesti. Però non illudiamoci più di un tot. A valle degli sviluppi che potranno esserci nel quadro della legalità truffaldina, la Repubblica nata dagli eroismi e dai delitti della resistenza resterà uno Stato-canaglia, gestito da malfattori. Intanto lo Stivale è più che mai asservito a Washington, un padrone che non solo manca dell’antica benevolenza di affrancare lo schiavo, ma gli impone nuovi gravami di servaggio (ultimo, la partecipazione ai voli di guerra contro gli avversari degli USA).

Lo Stivale resta infangato di corruzione. La morte della DC e del PCI, lo sputtanamento di tutti gli altri partiti, la bufera di Mani Pulite, il seppellimento della repubblica del 1948 non hanno fermato le tangenti. Nella sua “Storia della Prima Repubblica” Aurelio Lepre mette in evidenza che i mali della partitocrazia farabutta si profilarono già nell’immediato dopoguerra e continuarono ad aggravarsi prima e dopo Mani Pulite. Oggi che quei mali sono diventati metastasi, non esiste alcuna terapia di tipo tradizionale. Le travi marce si possono solo demolire.

E’ vero, c’è il renzismo, estremo tentativo di conservazione del sistema. Ma durerà relativamente poco: anche perché Renzi traligna in grande. Detassa ville e castelli dell’One per Cent invece che aprire dormitori per chi non ha casa, e invece che sussidiare le famiglie senza reddito. Non chiude il Quirinale finto palazzo di prestigio, in realtà sozza porcilaia di sprechi camuffata da Casa degli Italiani. Non fare di questo showroom di arazzi, tappeti e colossali fannulloni in elmo e corazza il più grosso museo del mondo risulterà una malazione imperdonabile. Inoltre Renzi fa zero per contenere l’invasione dei clandestini (siriani e veri profughi di guerra a parte).

Peggio ancora. Si proclama banditore del futuro, ma non fa nulla per avvicinare di almeno un po’ l’avvento dell’inevitabile Randomcrazia: non una lunare democrazia diretta di 60 milioni di legislatori, bensì una Polis sovrana di centomila supercittadini deliberanti e governanti, selezionati per sorteggio dal computer per turni di pochi mesi, non rinnovabili. Abolite le elezioni, tutti gli altri iscritti all’anagrafe si pronunceranno nei referendum, frequenti quasi come in Svizzera.

Ha scritto sull’Espresso un recensore (Giuseppe Berta) del libro di David Van Reybrouck, “Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico”, ed.Feltrinelli: “Giunti alla fine del libro, ci si accorge che il suo non è un discorso paradossale, ma una lucida riflessione. Van Reybrouck propone di tornare, attualizzandolo, al metodo della democrazia ateniese: il SORTEGGIO”. Il sorteggio è il portato ovvio della democrazia integrale: dove tutti sono uguali, non resta che sorteggiare.

Matteo Renzi risulterà un altro degli sconfitti se non si convertirà in demolitore di questa repubblica verminosa. In edificatore di tutt’altra democrazia.

Porfirio

La Terra, Il Sangue, le Parole: intervista con il Generale Pietro Pistolese sulla situazione in Israele e Palestina

Internauta intervista il Generale di corpo d’Armata dei Carabinieri Pietro Pistolese, autorevole voce per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, ultimamente di nuovo oggetto di preoccupazione da parte della comunita’ internazionale. Il generale Pistolese ha guidato diverse missioni di pace in Isaele e Palestina: a Hebron e’ stato due volte vicecomandante della Temporary International Presence in Hebron (TIPH) e ha concluso la sua carriera come comandante della Missione di pace per conto dell’Unione Europea (EUBAM) al valico di Rafah (Gaza) fra il 2005 e il 2008.

Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, Commendatore della Repubblica Italiana, é membro dell’Istituto di Diritto Internazionale Umanitario di San Remo e del Consiglio Direttivo della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche di Genova. Ha pubblicato numerosi articoli sulla situazione internazionale e il libro Il Forte di S. Giuliano edito da ECIG nel 1995. Recentemente ha pubblicato, a quattro mani con il Professor Petermann, La Terra, il Sangue e le Parole, edito da Termanini, sulla sua personale esperienza in Israele. Un libro documentato, vivo e concreto che riesce a rimanere neutrale sul conflitto israelo-palestinese, forse il più complesso della storia moderna, dando al lettore una chiara, a tratti scioccante testimonianza della difficolta’ sul campo che incontrano Israeliani e Palestinesi nella loro vita quotidiana e dei numerosi, imprevedibili ostacoli al processo di pace nell’ultimo ventennio.

Il libro bene rende la complessità del problema israelo-palestinese dove psicologia, storia, demografia e religione si intrecciano in un contesto in cui lo Stato sembra solo uno degli attori, spesso incapace di controllare i propri cittadini. Questa terza intifada ne e’ un’ ulteriore conferma. Ecco la nostra intervista al Generale Pistolese.

1. Generale, un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 31 marzo 2007, quando Lei era a capo della missione EUBAM, la definiva un ottimista: ancora credeva che la pace fosse possibile. Il vostro libro invece da una conclusione piuttosto pessimista. La pace in Israele e Palestina viene paragonata ad un “Sisifo felice”. Cosa e’ cambiato dal 2007 ad oggi? Cosa pensa di questa terza intifada?

Mai nella storia uno stato di guerra è rimasto tale per sempre. Inevitabilmente si arriverà ad una soluzione. Rimango perciò sempre ottimista, come nel 2007. Ho usato nella conclusione del libro il mito di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere fino alla cima di un monte un masso che raggiunta la vetta rotola inesorabilmente a valle, come similitudine con il processo di pace. Con questo mi sono voluto riferire ad un passato in cui tutte le volte che era sembrato poter agguantare la pace, inevitabilmente si era verificato un evento che, azzerati i progressi raggiunti, faceva tornare indietro il negoziato.

Esiste però un presente e un futuro. L’operazione militare del luglio 2014, Margine di Protezione, (pag. 260) ha inflitto ad entrambi i contendenti pesanti perdite senza risolvere nulla. Israeliani e palestinesi ora sanno che ripetere azioni consimili non migliorerà la situazione anzi, la devastazione siriana e la presenza di un nuovo elemento, l’ISIS, nello scacchiere mediorientale, alle frontiere settentrionali d’Israele, dovrà comportare maggiore cautela. La via del negoziato che potrebbe essere promossa dal Quartetto (ONU, UE, USA e Russia), ancora una volta, si presenta come l’unica praticabile.

2. Generale, Lei hai guidato delle missioni in Israele e Gaza per conto dell’Unione Europea ed ha una conoscenza concreta dell’organizzazione e efficacia degli interventi occidentali nella regione.

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in un’intervista su La Stampa ha definito recentemente le politiche degli Stati Uniti nella zona «criminali», inutili anzi dannose per favorire davvero la pace e ha detto che l’Europa é “una delusione”. Cosa ne pensa lei? Quanto sarebbe auspicabile ed efficace oggi l’intervento dell’occidente per guidare delle eventuali trattative di pace? Quanto invece potrebbero essere le potenze regionali, penso per esempio, oltre a Israele, a Egitto e Giordania a guidare il processo di pace?

Non credo che il processo di pace possa essere guidato da alcuno tranne che dagli stessi israeliani e dai palestinesi. Il Quartetto, e nel suo ambito gli europei, possono favorire il dialogo, finanziarne le iniziative (la ricostruzione dell’aeroporto e il famoso porto a Gaza) ma soltanto le due parti possono decidere quando e come riavviare il processo. Nel frattempo la situazione di stallo e i clamori del conflitto nella confinante Siria e in Iraq favoriscono autonome spinte estremiste e terroristiche. Netanyahu dovrebbe comprenderlo e, di conseguenza, assumere iniziative politicamente valide. L’attuale situazione di stallo non favorisce Israele e i palestinesi non si rassegneranno mai a non avere un loro stato indipendente. La storia ce lo insegna: noi stessi, italiani, quando abbiamo deciso di essere uno stato unitario abbiamo combattuto quattro guerre d’indipendenza contro uno dei più forti imperi del mondo, l’Austria – Ungheria, ma alla fine abbiamo vinto.

Il vero problema è la mancanza di una vera leadership nell’ambito delle due parti e la totale sfiducia tra di loro.

Per quanto riguarda un possibile maggiore ruolo delle potenze regionali, Egitto e Giordania, che verrebbero così a costituire il cosiddetto “Quartetto allargato”, ritengo che possa essere un’opzione meritevole di essere esplorata malgrado le difficoltà presenti.

3. Netanyahu sembra rifiutare la soluzione dei due stati e Israele sta diventando, per molti osservatori, sempre più simile ad uno stato di apartheid. In Cisgiordania ci sono tre zone di cui una, la zona C, completamente sotto il controllo di Israele, eppure i palestinesi ivi residenti non hanno diritto di cittadinanza. Netanyahu ha recentemente rifiutato gli osservatori internazionali in Israele e ha accusato il gran Muftì di Gerusalemme di essere stato la vera mente dell’Olocausto. Sarà possibile una pace duratura con Netanyahu al potere?

Se non si attuerà la soluzione di due stati per i due popoli dovrà adottarsi quella di uno stato solo per israeliani e palestinesi. In tal caso, come ha così bene evidenziato l’esperto demografico e statistico israeliano, Sergio Della Pergola (pag. 173), l’incremento demografico palestinese, più dinamico di quello israeliano, finirà per mettere questi ultimi in minoranza. Nell’ambito di un unico stato i palestinesi non potranno restare troppo a lungo privi di diritti civili e chiusi nell’apartheid dei loro territori. Alla fine prevarrà il principio dell’uguaglianza. E’ una storia già vista di recente in Sud Africa. Forse allora chi verrà al posto di Netanyahu dovrà chiedere di gran fretta l’intervento degli osservatori internazionali e la manipolazione di antiche quanto inutili rievocazioni storiche, come quello del Gran Muftì palestinese che avrebbe suggerito a Hitler di sterminare gli ebrei, non sarà certo d’aiuto. Quanto all’Europa non possiamo farci illusioni: un’Europa cosiffatta non sarà mai in grado di esprimere una politica estera e neanche di difesa accettabili. Forse tra qualche generazione gli europei riusciranno a fare quello che è stato realizzato per la moneta unica alla quale, comunque, non tutti i ventotto hanno aderito.

4. La Russia sta tornando protagonista nella scena globale ed ha scelto il Medio Oriente come porta privilegiata. La Russia é l’unica potenza che può vantare un saldo amicizia con Israele, Iran, Egitto, Giordania Siria e Iraq allo stesso tempo mentre si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Gli Stati Uniti invece, dopo anni di attivismo, si dimostrano sempre più incerti nelle scelte da fare nella regione. Potrebbe, secondo Lei, la Russia cominciare a giocare un ruolo chiave nel processo di pace israelo-palestinese e sostituire magari l’Occidente?

La Russia è una potenza di gran lunga ridimensionata rispetto alla dissolta URSS. Vuole tuttavia mantenere la base navale di Tartus ed aerea di Hmeymim (Latakia) per cui continua a sostenere l’alleato siriano Bashar al Assad. Si è dunque inserita nel gioco mediorientale contro l’ISIS preoccupata anche delle influenze che quest’ultimo potrebbe suscitare sugli oltre 16 milioni di musulmani russi in particolare nel Caucaso e nell’Asia centrale.

A mio parere, dunque, non si tratta di un rientro sulla scena politica internazionale globale ma soltanto di una riaffermazione dei suoi interessi regionali. In tale prospettiva la Russia é in buoni rapporti con Israele, ma anche con i suoi nemici, Siria e Iran. E questo è fondamentale per Mosca se vorrà essere tra coloro che decideranno il futuro assetto della regione, per questo ha bisogno di allacciare forti e buone relazioni con Israele. Quest’ultima, d’altro canto ha accolto oltre un milione e mezzo di ebrei russi. In Israele ci sono reti televisive e giornali in lingua russa, spesso si notano insegne di negozi scritte in russo e la presenza di questi nuovi cittadini che continuano a esprimersi in russo è più che evidente. E’ questa una fase politica molto intrigante, i russi la chiamano pluridirezionale: avere molte controparti con cui parlare e proporsi come mediatore nei conflitti. Dopo le primavere arabe, però, anche i russi si sono dovuti schierare prevedendo un irrobustimento dell’islam radicale e dunque un aumento dell’instabilità. E’ per questo che la Russia ha scelto un campo: si è schierata con gli sciiti contro i sunniti.

Quanto agli Stati Uniti, la cui supremazia non appare in discussione, dopo molte incertezze sembrano ormai convinti ad avviare anche operazioni terrestri con forze limitate per combattere l’ISIS ed abbattere Assad al quale il sostegno russo sembra cominci a vacillare.

In tale contesto non va dimenticato l’Iran che in virtù dell’accordo recentemente sottoscritto con il “5+1” (USA, Francia, Regno Unito, Germania, Cina e Russia) sul nucleare ha rinforzato le sue ambizioni di potenza regionale, leader dei paesi musulmani di confessione sciita.

5. Nel libro emergono aspetti molto affascinanti legati alle percezioni psicologiche delle due parti che si mescolano a fattori religiosi e storici. E possibile una dialogo “laico” fra Israele e Palestina e un dibattito soltanto su concreti interessi strategici?

In Israele la componente religiosa è attualmente molto forte e dunque condizionante per la politica dell’intero stato. Non a caso nell’attuale governo, uscito dalle elezioni dello scorso marzo e dopo 42 giorni di trattative condotte da Benjamin Netanyahu, figurano i partiti religiosi schierati più a destra come i religiosi dello “Shas” e della “’Unione per il Giudaismo nella Torà”. Ma Netanyahu ha potuto raggiungere alla Knesset la tanto sospirata quanto risicata maggioranza di 61 seggi su 120 solo grazie all’intesa con Naftali Bennett, leader della destra nazionalista dei coloni del partito “Bayt Hayehudi” ( Focolare Ebraico ).

E’ evidente che un Primo Ministro che ha condotto una campagna elettorale all’insegna della minaccia alla sicurezza dello stato ebraico rappresentata dal programma nucleare iraniano e dall’avanzata dello jihadismo di Isis e delle altre sigle del terrorismo islamico e che si poggia su una maggioranza siffatta, non potrà mai allacciare un dialogo puramente “laico”.

Questa ipotesi potrebbe verificarsi soltanto se un futuro leader israeliano fosse capace di raggiungere una forte maggioranza con il “Fronte Sionista” ( partito laburista di Isaac Herzog ), che ora ha raggiunto solo 24 seggi, i centristi di Yar Lapid (11 deputati, sensibilmente diminuiti rispetto ai 19 di due anni fa), il “Kuluna”, movimento centrista, fondato lo scorso novembre da Moshe Khalon, con 10 seggi, il partito “Meretz” ( 4 seggi) e, forse, con l’appoggio esterno della lista dei “Partiti Arabi Uniti” (raggruppa gli arabi-israeliani) che ha raggiunto ben 14 seggi e potrebbe essere l’ago della bilancia. Naturalmente gli israeliani dovrebbero conferire a ciascuna formazione politica, in una futura ipotetica elezione, un numero maggiore di voti.

Da parte palestinese il perdurare del dualismo Fatah – Hamas malgrado la conclamata riconciliazione e l’atteggiamento fortemente ostile del regime di Haniye nella Striscia di Gaza non consentono alcun passo avanti nel processo di pace da tempo interrotto.

I commenti da parte palestinese sul nuovo governo Netanyahu sono stati molto negativi. Il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Abed Rabbo ha detto con durezza: “Israele ha scelto la via dell’occupazione e della colonizzazione e non del negoziato e della collaborazione”. Gli Hamas molto spicciamente si sono così espressi per bocca di Izzat al-Rishq: “Terroristi Netanyahu e chi lo ha votato”.

Pare infine che il capo negoziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese, Saeeb Erekat, avrebbe intenzione di tentare di ottenere dall’ONU il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese. Non solo ma avrebbe accennato alla possibilità di procedere alla denunzia di Israele al tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: La Terra, Il Sangue, le Parole di Pistolese, P. e Petermann, S. ed. Termanini 2015 p.302

PIUTTOSTO CHE L’OLIGARCHIA DEI PROCI UN TIRANNO DEL BUONGOVERNO

La presente democrazia -a stare ai gridi ‘all’armi’, ai singhiozzi, ai lai delle scorse settimane- deve avere salute cagionevolissima. Non c’è corrente d’aria che non produca polmonite. Questa democrazia non cammina, barcolla. Ancora un po’ e stramazza. Un Jobs Act, una Buona Scuola, qualche paletto sul diffamare a mezzo stampa, qualche mortificazione di una seconda Camera inutile anzi nociva però costosa; soprattutto l’andare per le spicce di Renzi la tramortiscono e pugnalano. Credevamo che le vittorie della Resistenza (che abbatterono il Terzo Reich), e in più un paio di repubbliche da essa nate, avessero edificato un sistema più perenne del bronzo.

Al contrario. I toscani liberticidi del Giglio Magico congiurano contro la Più Bella delle Costituzioni. Addirittura non c’è odalisca fatta ministra da Matteo che non sia sospettata di cospirare contro la libertà in combutta con Alfredo Rocco, il capogiurista di Mussolini. E non parliamo del Sultano dell’odalisca, il Fiorentino (forse reincarnazione di Catilina, o del duca Valentino, o di Valerio Borghese principe della Decima Mas). E’ chiaro che Egli si sta insignorendo della Patria cara a Mattarella e ad Aldo Cazzullo. Forse si proclamerà Autocrate dello Stivale. Magari Pantocratore.

Persino una legittima assemblea dei dipendenti del Colosseo è stata, per gli spietati bravi di palazzo Chigi, un’altra occasione per menomare le lotte dei lavoratori. Col pretesto, oggettivamente bieco, che migliaia di turisti aspettavano ai cancelli dei Beni Culturali, i liberticidi hanno stilato un decreto che immiserisce la democrazia. Che paese è questo -ha bonariamente sbraitato Camussa- che proibisce le Pallacorde nell’orario d’apertura del Patrimonio storico? La regina Taitù dei dipendenti&pensionati avrebbe potuto ricordare che quando Franz Schubert compose quel più doloroso dei Lieder, ‘La morte e la fanciulla’, in realtà profetò la fine straziante della democrazia nel Lombardo-Veneto e nel resto dell’ Espressione Geografica (proprio così ci definì il principe Metternich, Italien ein geographischer Begriff).

Ma un momento! Di che parliamo? Nell’Espressione Geografica la democrazia (che si dice morente) è ancora da nascere. Il regime che la Costituzione dei partiti ci impose è un’oligarchia, non una democrazia. Per di più ha vocazione pluto-cleptocratica. La democrazia nascerà quando i partiti saranno aboliti, il sorteggio sostituirà le urne elettorali, il popolo conterà qualcosa più dello zero d’oggi.

Allora i gridi d’allarme, i singhiozzi e i lai di cui all’incipit riguardano l’oligarchia degli impostori e dei plutocrati, non noi. Le Istituzioni rappresentative sono quella cosa in cui, oltre a rubare tutto il possibile, si volta allegramente gabbana e si vendono voti e votanti.. Nella legislatura precedente cambiarono gruppo parlamentare 261 lestofanti. In quella presente addirittura 308, e siamo ancora a metà legislatura. Mani Pulite dimostrò che la nostra classe di potere è la peggiore d’Occidente. Da allora la corruzione risulta cresciuta, non diminuita. Dunque i pericoli che si additano incombono sui clepto-oligarchi, non sul popolo. Il popolo, se troverà un ty’rannos in gamba, farà un affare.

Direte, sdegnati: Renzi pratica il cesarismo. Ebbene, meno male! Le riforme vere, quelle che cancellino l’oligarchia, esigono Cesare. Più ancora lo esige l’avvento di questa o quella formula di democrazia diretta. Lo sanno tutti che la grande democrazia ateniese fu gestita da un principe, l’alcmeonide Pericle, che tra gli antenati vantava un re d’Atene.

Ora come ora, questo Renzi che dicono voglia farsi monarca risulta il più efficiente degli oligarchi, avendo saputo surclassare tutti. Ebbene rafforzi il suo potere. Altrimenti sarà abbattuto dai lillipuziani di Bersani e Gotor, dai moschettieri di Arcore, dai cagnaristi di Beppe, da Salvini.

Non soltanto nell’antichità greco-romana, un tiranno che sapeva il fatto suo faceva meglio di un’intera casta di difensori della legalità di comodo. Nel caso nostro la legalità della Costituzione partitica è una iattura, è nemica del Buongoverno. Se un giorno, caduto Matteo Renzi, le Cinque Stelle vorranno provare a schiodare le assi e le travi tarlate di questa repubblica, dovranno ripudiare la via parlamentare finora battuta a vuoto. Dovranno aggredire il parlamento e la Carta con tutte le Istituzioni.

Porfirio

L’ITALIA DI MARC LAZAR SI SALVERA’ SOLO IN QUANTO LABORATORIO DEL NUOVO

Lazar, il noto professore al parigino Istituto di studi politici, è l’autore di “Stanchi di miracoli. Il sistema politico italiano in cerca di normalità”. Conclude un suo altro lavoro sullo Stivale (“Democrazia alla prova”, Laterza, 2007) con l’inquietante asserzione, all’ultima riga, ‘Il Sisifo moderno è indubbiamente italiano’. Siamo condannati all’infinito come Sisifo, figlio di Eolo fondatore di Corinto?

Non è detto. Non manca di significato la dedica di quest’ultimo lavoro: “Per Julie e Anna, che impareranno a conoscere e amare questo paese”. Uno degli studiosi stranieri che più sanno di noi (collabora regolarmente a ‘Repubblica’) sembra non nascondere qua e là che si attende dallo Stivale più innovazione che dalla sua Francia, con tutta la ‘mission exemplaire’ di un retaggio che risale all’Illuminismo, alla Rivoluzione e al titanico Bonaparte. “Democrazia alla prova” è soprattutto dedicato al moment Berlusconi, cioè a una parentesi sciaguratamente lunga, ma se Dio vuole quasi spenta. Non per questo il lavoro è obsoleto. Offre significative intuizioni e constatazioni, le più importanti delle quali trascriviamo qui di seguito.

Uscito all’indomani delle elezioni dell’aprile 2006, vinte per un pelo dal centro-sinistra, il libro di Lazar addita il pericolo che ‘la banalizzazione democratica’ produca delusione. “La democrazia liberale e rappresentativa ha cercato di difendersi, ma sbocciavano forme di democrazia partecipativa che hanno preteso di sostituirsi ai partiti. Le loro taglienti critiche al centro-sinistra hanno avuto il merito di costringerlo a muoversi. Esso commetterebe un grave errore se desse la sensazione di ridursi a un’oligarchia divisa in fazioni che si battono per spartirsi le poltrone e i palazzi della Repubblica (…) I cittadini non si accontentano più d’essere convocati alle elezioni ogni cinque anni. Il centro-sinistra sembra disarmato nel dibattito culturale, ma “è paradossale: la sinistra italiana è andata molto oltre la sinistra francese nel rivedere le proprie posizioni”.

Per Lazar il tema del declino (=’della decadenza’) dell’Italia “rafforza la propensione nazionale ad autodenigrarsi.. Anche Francia e Germania sono ‘grandi malati d’Europa’. I pericoli per la democrazia minacciano l’assieme dei paesi occidentali. Sempre più indifferenti alla politica, maldisposti nei confronti delle istituzioni, delusi dai politici tradizionali, ostili alle elite, i popoli sembrano pronti a consegnarsi a demagoghi volti a rovesciare la democrazia”. Inoltre: “La Costituzione italiana è quasi impossibile da emendare ma presenta un carattere incompiuto. E’ un documento sacro per la sinistra, che ne difende con intransigenza la lettera, i valori e le promesse (…) Si sviluppa così la partitocrazia, il potere quasi illimitato dei partiti. Pur essendo antifascisti, essi prolungano l’impronta del fascismo. Sottomettono e colonizzano lo Stato”.

Di conseguenza, la democrazia italiana “ha cominciato a oscillare nella banda della democrazia in qualche modo diretta, con una lunghezza di vantaggio sui suoi vicini europei. L’Italia entra nella ‘terza età della democrazia’, caratterizzata tra l’altro dallo scemare del ruolo dei partiti. Così la democrazia è in prova, alla deriva, mentre sperimenta vie diverse. L’italia è insieme in crisi e in corso d’ innovazione. Si è immersa brutalmente nella società dell’abbondanza e dell’opulenza, mentre agli inizi degli anni Cinquanta aveva ancora fame.”

Tuttavia il godimento consumistico “è solo uno degli elementi della società italiana. Il suo rovescio, pur minoritario, associa moralità economica e pubblica, ripensa l’etica, coltiva una certa austerità e frugalità. Addirittura pratica intensamente il volontariato. E’ favorevole alle esperienze di democrazia partecipativa. Si colloca a sinistra ma appare deluso dalla politica: tendenzialmente é astensionista, molto critico nei confronti del governo, scettico sull’opposizione”.

In economia, constata Lazar, “i ritmi della crescita sono rimasti mediocri, le imprese perdono competitività, il potere d’acquisto delle famiglie scende, la distanza tra ricchi e poveri si allarga. Il quadro è nero”. Dimentichiamo, esorta l’Autore, il fascino quasi leggendario dell’Italia: “0ra è il momento della povertà che erode l’assetto sociale. In breve, siamo al disagio collettivo. La forte diffidenza dei cittadini verso la maggior parte delle istituzioni e dei politici alimenta il dubbio e lo scetticismo diffusi.”.

Tutto questo non significa che l’Italia è condannata a vacillare, persino a crollare. La storia dimostra: “Ogni volta che il paese si è trovato in ginocchio, ha saputo rimettersi in piedi in modo spettacolare. Sarà così in questo inizio di millennio?”. Risposta: la salvezza non verrà soltanto dalla società civile, come pretende una vulgata assai diffusa. L’abilità di cavarsi d’impaccio, il dinamismo e l’ingegnosità non basteranno. Occorreranno, più ancora che nel passato, politiche pubbliche efficaci. “Questo suppone che le elite sappiano rifondare la propria legittimità e che la crisi della rappresentanza venga risolta”.

Segnalavamo nell’incipit il referto riassuntivo: “Il Sisifo moderno è indubbiamente italiano”. Tuttavia resta valida l’impressione: questo qualificato conoscitore delle nostre cose si attende che presto o tardi il Laboratorio Italia produca una formula radicalmente nuova rispetto ai logori congegni del partitismo/elettoralismo.

Jone

Intervista al Duo PERSONИE dopo il successo al premio di Poggio Bustone

Grazie alla liberalità di questo giornale, dove si discute di tutto, sono felice poter pubblicare la mia prima intervista al duo musicale PERSONИE. Sul loro profilo facebook, si definiscono così: PERSONИE è ognuno, quindi nessuno, in ognuno siamo maschera in persona. Siam PERSONИE (in francese “nessuno” nda).

Internauta li ha invece scovati e ha dato loro un volto e un nome: Andrea Astolfi, voce e Manuel Borgia che scrive i testi (d’ora in avanti essenzializzati ad A e M). A e M sono una vera promessa della musica italiana: il 4 Settembre 2015 si classificano secondi al prestigioso premio di Poggio Bustone, città che ha dato i natali a Lucio Battisti. Dopo le interviste rilasciate a 4arts, e a Yeah, una piattaforma online per artisti emergenti, è la volta di Internauta. Il loro primo singolo, Signore e Signora, (quasi 3.000 visualizzazioni su YouTube) con il quale si sono classificati secondi è misterioso, mistico, nuovo…

Ascoltarli è davvero interessante: i testi, come la voce, sono cangianti, a volte seri, a volte surreali, divertenti, dissacranti ma mai, mai noiosi o già sentiti. Per questo auguriamo loro ogni successo.

Voi siete intellettuali a tutto tondo. Perché vi esprimete in musica e non in altre forme?

A: A tutto mondo più che altro, “la dismisura della dismisura”.
Non c’è confine.
Il perché della musica si risolve nel come: lo facciamo bene, nevvero?
Il cantautorato elettronico entro cui grosso modo ci muoviamo – aborriamo l’idea esclusivista di “genere” e chi ne fa motivo d’orgoglio – ha dei metri molti diversi dalla poesia e dalla letteratura.
Di certo ci sono dei rimandi e rimbalzi da entrambi le parti. Ma più per affezione che per altro.
Lavorare con le lettere è un altro discorso.
C’è chi scrive canzoni e chi scrive poesie. Son 2 cose estremamente diverse. Direi quasi opposte.
La trita retorica del cantautore-poeta è chiacchiera da giornalettisti.
E poi a scriver poesie non si parla troppo alla gente. Si ri-parla ad un pubblico di – passatemi il termine – già inziati o curiosi.
La poesia è un linguaggio. Qualche sera fa se ne parlava a riguardo, proprio con un mio caro amico poeta – è considerato uno dei più importanti poeti italiani contemporanei degli anni ’80 – e si diceva:
I poeti scrivono per i morti. I parolieri per i vivi.
E si sente. con le canzoni si canta la vita, si canta la gente, alla gente.
Noi proviamo a fare questo, e bene.

M: Noi “intellettuali a tutto tonto”!
No, no, io personalmente non mi ritengo un intellettuale, semmai un “curioso”…
Comunque, abbiamo scelto la Musica, in particolare la musica leggera, perché ti permette di arrivare davvero ad un pubblico più ampio e in maniera più diretta.
E soprattutto sincera.
Questo si sa.
Inoltre la Musica è il linguaggio artistico (ma anche oltre l’Arte) che più abbiamo a cuore, credo.
Ci siamo scelti spontaneamente. Come Io e Andrea…
E sia…

Definitevi in 3 aggettivi

A: indefinibili³ = PERSONИE

M: pazzi – sinceri – brillanti

Che rapporto c’è fra musica e testo?

A: L’uno porta all’altro vicendevolmente, in ogni testo c’è già dentro una melodia.
Ed ogni melodia, detiene in sé un dettato, una grammatica, è come se si ergessero assieme, mano a mano.
Io person(n)almente poi, credo che oggidì, il testo non sia così preminente come poteva esserlo negli anni addietro.
Ovvero, il testo è importante di certo, ma in un certo senso è come se fosse un pre-testo (non pretestuoso).
Io credo che il grosso stia nell’intenzione, nell’interpretazione del cantato e nella musica.
Composizione musicale che non deve essere complicata. Anzi, se non lo è, è meglio.
Devi farti viaggiare, questo sì.
Ecco: musica e interpretazione nella giusta intenzione.
Il testo come pre-testo, inteso come già detto, inteso viene rielaborato, ri-scandito.
Le canzoni appunto sono il canto della vita nella vita: non sono così lontane quindi.
E poi il gigantissimo Lucio Dalla cantò in un canzone – nell’album “Anidride Solforosa” – pure i valori di borsa.
Lì c’era lo zampino del poeta Roversi, come si sa. Ecco: si possono cantare e musicare pure i valori di borsa. Credo sia indicativo, anzi infinito. Lucio Dalla lo è .Noi vogliamo declinarci al presente: siamo ora.

M: Basta pensare che la voce, ovvero Andrea, si muove all’interno del brano come uno strumento e non solo come Qualcuno che parli di Qualcosa.
Musica e parole devono crescere insieme perfettamente per il senso ultimo da raggiungere.
E’ questa la formula più efficace nella Canzone.
Le note portano le parole, e queste le note..
Quali sono i vostri prossimi obiettivi professionali?

A: Vogliamo partecipare a qualche altro concorso nazionale destinato alla canzone d’autore e far bene anche lì. Poi, entro dicembre 2015, uscirà il nostro primo E.P. “IN VERSO”.

M: Emergere e farci conoscere.. nella maniera più dignitosa e giusta per noi.
E per loro.

Quando uscirà il vostro primo album e come si potrà entrarne in possesso?

A: il nostro primo E.P. in uscita entro la fine del 2015 si chiamerà “IN VERSO” e conterrà in totale 5 canzoni più una traccia sui generis.
6 tracce dunque.
2 già pubblicate: “Signore, Signora” e appunto “IN VERSO” e altri 4 inediti.
il titolo è indicativo.
“IN VERSO” difatti significa naturalmente “al contrario” “all’opposto”.
tuttavia gergalmente la parola “inverso” in alcune zone del nord-Italia significa anche arrabbiato o meglio, incazzati!, nonostante non sia un album incazzato, ma di certo cazzuto: l’incazzatura, il nervosismo ci appartengono abbastanza e credo appartenga anche a quella che è la nostra generazione. La rabbia nei confronti d’un mondo – in parte – allo sfacelo e soprattutto la difficoltà a partecipare – almeno in Italia – al nuovo scenario, al nuovo mondo che si sta iniziando.
Ecco, “IN VERSO” è anche questo: cantare in parte lo sprofondamento del vecchio mondo e la sconfitta d’un certo modo di pensare (borghese? sempre coi borghesi ce la prendiamo) che noi detestiamo fino al midollo (troppo crudele? Beh, beh…)
Porsi altrove. Porsi in altro senso. Sbandare.
Se vuoi, dislocarsi. E senza romanticismi, né paradisi tropicali. Ma con un fortissimo tentativo di autenticità, di veridicità.
“IN VERSO” si potrà acquistare in tutti i migliori e-stores e si potrà ascoltare sulle piattaforme di Spotify e Youtube. sarà anche su iTunes.
Stiamo pensando di stampare anche qualche copia cartacea e con una certa cura.
Pensiamo di stamparne poche copie. Per i più affezionati. Per i curiosi. Per le teste matte, a noi simili.

M: L’album si chiamerà “Inverso” e sarà disponibile in tutti i distributori digitali (You Tube, iTunes, Spotify, ecc..), naturalmente verranno stampate le copie..
Sarà un EP che presenterà innanzitutto il nostro modo di concepire oggi la musica leggera e così anche la poesia “mainstream”.
Comincerà con una preghiera e si concluderà con un monologo interiore.
Certo.
Ma nell’intermezzo si esplode.

…buon ascolto!

Raimondo Lanza di Trabia

Un saggio inedito di Tolstoj invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.

Di che Guerra e di che Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.

Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.

Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio. Uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa che abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile”. E ancora insiste Tolstoj: “lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per conoscenza della libertà”.

Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano.

Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (stavolta terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.

Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori cosi miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

I potenti di oggi sono immuni da quest’errore? La presunzione dell’occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra, degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale di violare una reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare, di condannare a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo?”

“Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.

Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico.

Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come ricorda lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole:

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Tolstoj ci aspetta, secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una fortissima, vivida testimonianza.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

LE AUTOBIOGRAFIE POSSONO SERVIRE POCO MA AL PEGGIO INCURIOSISCONO

Se un bello spirito si metta in testa di argomentare contro il genere dell’autobiografia, è possibile che scelga come bersaglio “Confronting History- A Memoir” di George L. Mosse, pubblicata nel 2000 dall’Università del Wisconsin, tradotta da Laterza col titolo “Di fronte alla storia”. Secondo il suo seguace Emilio Gentile, autore di una Premessa all’edizione italiana, Mosse fu “uno dei più originali e innovativi storici dell’età contemporanea. Renzo De Felice molto lo ammirava. Credo si possa parlare, senza esagerazione, di una ‘rivoluzione mossiana’ nella storiografia sul fascismo e sul nazionalismo. Mosse sfidava gli approcci e le interpretazioni storiche convenzionali, operando da ‘agente provocatore’ per sfidare e violare pregiudizi, tabù, conformismi; convinto che la storia deve demistificare la realtà, indagare e penetrare i miti di cui gli esseri umani vivono.

Mosse, continua il professor Gentile, ha studiato il fascismo il nazionalismo il razzismo sforzandosi di situarsi all’interno di questi movimenti. Mosse:”Sono fermamente convinto che per comprendere il passato uno storico debba empatizzare con esso, in modo da vedere il mondo attraverso gli occhi dei suoi attori”.

Dal canto suo Walter Laqueur, che ha scritto la prefazione a “Di fronte alla storia”, sottolinea che Mosse divenne una leggenda quando era ancora in vita (morì nel 1996). Lacqueur vanta di avere cofondato e codiretto con Mosse il ‘Journal of Contemporary History’: ‘George era per temperamento un radical, ma in lui c’era uno spirito di tolleranza raro tra i ribelli. Incoraggiava i suoi studenti a leggere Marx in un’epoca in cui questo era nettamente fuori moda, ma pretendeva che leggessero anche i pensatori della destra. Non aveva la minima simpatia per gli atteggiamenti radical chic e per la correttezza politica.

Abbiamo azzardato che queste Memorie di Mosse facciano il gioco di chi voglia sconsigliare qualsiasi autobiografia, in quanto esse spronano sì a leggere le due dozzine di lavori di Mosse, ma non informano sui suoi particolari contributi alla storia del fascismo e del nazismo. Piuttosto “Di fronte alla storia” racconta, fin troppo, la storia interiore di George Mosse attraverso le vicende e le occasioni, grandi e spesso piccole, della sua esistenza quale individuo. Come malignerebbe un immaginario avversario di tutte le memorie, la ‘storia di se stesso’ è troppo poco per conoscere il concreto pensiero di uno storico.

Per esempio: Mosse racconta per filo e per segno il suo girovagare nel mondo, il suo cambiare alloggio; il suo ascendere in dettaglio nelle comunità accademiche delle università dell’Iowa, del Wisconsin e della Hebrew University di Gerusalemme; chi erano e come erano gli uomini e le donne- soprattutto docenti ma anche consorti, bibliotecarie, segretarie- che punteggiarono il suo gradus ad Parnassum. Ci descrive affettuosamente gli alloggi che abitò. Soprattutto ci informa spesso, quasi incessantemente, che è ebreo, che è omosessuale, di come evolvettero nei decenni la condizione e la psicologia di lui accademico, omosessuale ed ebreo.

Tutto questo non manca di un certo interesse; ma non ci aiuta in modo diretto e aperto a pensare meglio il fascismo, il nazismo, le società guadagnate al fascismo, la natia Germania e quello che Mosse chiama il pensiero ‘voelkisch”.

Le circostanze della sua vita sono certamente insolite. Nato nel 1918, rampollo di una famiglia molto ricca dell’alta borghesia ebraica, negli anni di Weimar fu educato nel rigido collegio Schloss Salem, talmente esclusivo da avere tra i discepoli il principe Filippo, futuro consorte della regina Elisabetta. Oltre a possedere tenute, grandi case e complessi immobiliari nel centro della capitale guglielmina, il padre del Nostro, Rudolf Markus Mosse, fondò la più grossa azienda pubblicitaria del Secondo Reich; in più un impero editoriale il cui fiore all’occhiello era il ‘Berliner Tageblatt’. All’avvento di Hitler la famiglia Mosse era già riparata a Parigi; il quindicenne Georg viaggiò da solo per raggiungerla. Seguirono gli studi a Cambridge, Harvard e altrove, poi l’emigrazione negli Stati Uniti e l’avvio di una carriera di didatta universitario molto dotato. Gli studenti accorrevano in massa alle sue lezioni, gli allievi migliori pubblicavano e ottenevano cattedre. L’evento più singolare, per un intellettuale ‘liberal’ sfuggito per un soffio al campo di sterminio, fu che alla caduta del comunismo si vide restituire gran parte dell’ingente fortuna dei Mosse.

L’Italia è stato il paese nel quale il Nostro si è affermato di più: anche se, all’inizio, la sua interpretazione del fascismo come manifestazione di una “nuova politica” (il suo libro più noto fu “Nazionalizzazione delle masse”) fu unanimemente respinta dalla storiografia progressista nostrana. Poi il perbenismo antifascista è molto cambiato: oggi pochi collocherebbero a destra George Mosse, come fecero i censori allineati.

Jone

JULIAN HUXLEY: LA SALVEZZA VERRA’ DA UN TIRANNO, SOLO OPERATORE DEL BENE

Questo Huxley, biologo di rango e in quanto tale primo direttore dell’Unesco, fu fratello di Andrew, premio Nobel 1963 per la fisiologia; e di Aldous, divo dell’intellettualità progressista britannica tra le due guerre. Aldous divenne famoso per romanzi- “Brave New World”; “Time must have a stop”- che denunciavano deviazioni e miserie della modernità. Successivamente Aldous additò le risorse spirituali che venivano dal misticismo orientale; per ripiegare infine nel buio pessimismo degli esordi. Thomas Huxley, biologo e nonno dei tre fratelli, fu rettore universitario e presidente della Royal Society. Sir Julian, il Nostro, professore a Oxford, apparve concentrarsi sulla biologia generale, mai trascurando però le implicazioni etico-sociali della sua scienza.

Ed ecco che nel 1934 scandalizzò i benpensanti della cultura ufficiale e del democratismo d’obbligo con un libriccino la cui traduzione italiana (Hoepli 1935) recava il titolo “Se io fossi dittatore…”. Un sasso nello stagno: Julian Huxley teorizzava che anche nelle società occidentali solo un tiranno benefico, un dittatore d’utopia, opererà il cambiamento: manco a dirlo, per la via autoritaria. Le democrazie sono negate alle riforme tempestive.

Dal pamphlet di Sir Julian riportiamo le enunciazioni più ardite, operando i tagli e i riassunti imposti dall’ esigenza di brevità: riportando dove possibile il testo; oppure parafrasandolo con onestà.

“L’era dell’industrialismo individualista e democratico, nella cui fase declinante viviamo noi inglesi e qualche altra nazione, fu incline a un’illusione di libertà. Oggi alcuni di noi abbiamo compreso che quella libertà era solo apparente. La libertà di voto della democrazia risulta la semplice facoltà di scegliere tra due partiti politici nei quali il votante non ha parte alcuna.

“Un miglioramento effettivo della qualità della vita è al di là del raggio d’azione della politica. Il libero mercato del lavoro ha fatto una commodity del lavoro stesso. Sono derivati: la distruzione degli antichi valori corporativi e dei rapporti organici tra le classi; l’ingrossarsi di una massa di proletari schiavi del salario; l’incertezza dell’occupazione; l’impossibilità di progettare il futuro. L’economia capitalistica del passato sta morendo. E’ imperativo decidere quale sistema possiamo sostituire a quello attuale.

“Come dittatore intendo fondare una comunità organica, equilibrata, stabilmente progressiva. Non voglio una nazione di bottegai né una di possidenti. Non voglio fluttuazioni improvvise e disastrose nell’economia. Non voglio l’individualismo liberista perché non è organico.

“Devo avere il mio popolo dietro di me. Il mondo può essere cambiato per il meglio, se lo vogliamo. Dovrò cancellare tutte le opinioni contrarie? Francamente prenderò ogni misura possibile per diffondere il mio modo di vedere e per ostacolare, non con la violenza, le opinioni contrarie. Studierò i vari sistemi per produrre l’entusiasmo delle masse e l’unità di fede che negli ultimi anni sono stati sperimentati in Italia, Germania, Russia e Stati Uniti.

“Il mio popolo sarà libero di professare ciò che vuole, dall’islamismo al marxismo. Nel mio Stato l’unica metafisica della sua filosofia è il ripudio delle metafisiche. Il mio Stato ha fini eminentemente pratici.

“Siccome l’economia sarà ristrutturata per corporazioni, automaticamente la pubblicità dovrà deperire. Il mio sistema agirà per plasmare il pensiero e i gusti del pubblico. I sociologi dimostrano che la completa libertà individualista finisce per generare il proprio crollo: un caos di gruppi dal quale sorge una reazione in favore del principio d’autorità.

“Se l’economia fosse gestita meglio che nel capitalismo, essa non sarebbe più in balìa della finanza. Sotto il mio governo sarà ristrutturata per corporazioni, il che faciliterà l’eliminazione delle aziende superflue e dei metodi inefficaci. Sperimenterò la limitazione dei profitti. Spero di erigere lo Stato socializzato senza passare per il socialismo.

“Per andare verso il disarmo e la fine delle guerre, comincerò coll’abolizione dell’aeronautica militare e con la rinuncia alla piena sovranità da parte degli Stati nazionali.

“Un tempo il sistema parlamentare e le elezioni furono abbastanza utili. Ma stanno morendo. Per accertare o saggiare la volontà del popolo sono sorti nuovi metodi. Forse il più pittoresco è lo ‘straw vote’ sperimentato negli Stati Uniti: un campionamento dell’opinione pubblica, una specie di referendum facoltativo prima delle elezioni vere e proprie. Mi trovavo negli USA e ricavai l’impressione che con lo straw vote procedere alle elezioni tradizionali fosse completamente inutile.

“Nella mia filosofia di dittatore la scienza e i suoi metodi sono i soli mezzi per conseguire vasti progressi in poco tempo. Nella storia i dittatori hanno perlopiù incarnato l’azione piuttosto che il sapere. Ma i tempi sono maturi per spronare il popolo a entrare nelle terre nuove dell’umanesimo scientifico. L’Inglese genuino è orgoglioso di riluttare agli esperimenti: ma ciò è stupido. Essere scelti come oggetti di esperimenti tesi al progresso dovrebbe essere un onore.

“Nello spazio di una generazione il mio governo dittatoriale riuscirebbe ad attuare le grandi riforme oggi impossibili. Creerebbe un nuovo spirito comunitario. Un buon dittatore deve essere non solo pragmatico, ma anche in un certo senso visionario. Soltanto la sua visione del futuro può condurre il popolo a destini migliori.

Julian Huxley, annotiamo noi, fu una delle non poche personalità che nell’Europa degli Anni Venti-Trenta (Gran Bretagna e Francia in testa, ma Spagna, Portogallo, Polonia e altri paesi al seguito) ammirarono le soluzioni autoritarie, fasciste e comuniste, alla crisi terminale del parlamentarismo e della democrazia elettorale. Il secondo conflitto mondiale sembrò salvare per sempre gli assetti d’anteguerra. Ma oggi che tutti i nodi sono tornati al pettine, ora che da noi non più dell’uno per cento ha rispetto per la partitocrazia, l’anelito di Sir Julian a un tiranno benefico, unico operatore di cambiamento, risulta profetico. Stimola al pensare coraggioso. Almeno ogni due o tre secoli occorrono le revisioni generali e i franchi ribaltamenti. Continuità e moderatismo sono nemici del bene.

Questo Huxley non poté non tener conto anche delle recenti esperienze iberiche: in particolare, tra il 1923 e il ’30 lo spagnolo Miguel Primo de Rivera risultò il ‘chirurgo di ferro’ invocato da Joaquin Costa. Fu il Dictador che amava il popolo invece che l’aristocrazia egoista cui apparteneva (e che lo fece cadere). Non poche delle riforme razionalizzatrici dell’Utopia di Sir Julian furono attuate con metodi spicci -ma senza spargimento di sangue e senza metodi oppressivi- da Primo de Rivera. Alla sua ‘modernizzazione autoritaria’ la Spagna dovette l’uscita dal coma in cui era caduta per la disfatta del 1898, per la perdita dell’impero e per la necrosi del parlamentarismo liberal-conservatore. Primo fu un dittatore filo-socialista, sostenuto da un partito socialista allora rispettabile.

Ottant’anni fa Julian Huxley, membro dissidente dell’Alto Establishment britannico, di fatto anticipò il non-conformismo di J.M.Bergoglio, il papa che i suoi nemici attaccano oggi come ‘il capo della sinistra mondiale’. Probabilmente sbagliano, ma è significativo che lo pensino. Anche Sir Julian mosse da una certezza: la politica della democrazia partitica è negazione del progresso e della giustizia; in più è inefficienza estrema. Realizza, a volte, in mezzo secolo ciò che questo Huxley voleva fare in una settimana. Precisò: tutto il potere non a un re-filosofo: a un re-scienziato.

Jone

LA COMITIVA DI SINISTRA ALLA SAGRA ATENIESE DELLA RIVOLUZIONE

Andare all’estero a combattere, persino a morire, per nobili cause altrui è una bella tradizione che ha vivificato e fatta più amabile la storia contemporanea. Lasciando stare Giuseppe Garibaldi e altri sommi, ricordiamo il nostro impavido conte Santorre di Santarosa: scrisse “Delle speranze degli Italiani”; falliti i moti piemontesi del 1821 visse poveramente in esilio; nel 1824 si imbarcò per la Grecia in lotta ; dette la vita l’anno dopo in uno scontro a Sfacteria. L’anno prima era morto a Missolungi Lord Byron: il suo slancio era di procombere per gli Elleni, però si spense di malattia. Aveva 36 anni, ed essere malati a Missolungi, allora, era da eroi veri.

Infiammati dall’esempio di questi martiri, alla vigilia del referendum del 5 luglio accorse all’Acropoli una comitiva di ‘foreign fighters’ nostri connazionali, alcuni coll’arme in pugno altri meno. Prevalevano i dissidenti e i fuorusciti del Pd, ma non mancava il capofila Sel, Vendola (non sappiamo se col suo promesso sposo canadese), più altri lottatori , p.es. salviniani e M5S- molto meno esangui degli opliti del governatore pugliese. Accorsero, non tanto per prestare il braccio alla difesa dei debitori insolventi del mondo, quanto per partecipare alla Sagra della Rivoluzione indetta dal demoniaco YanisVaroufakis.

Fotografi e paparazzi hanno immortalato per i posteri i volti festanti e, idealmente, i fiaschi di vino celebrativo dei gitanti di piazza Syntagma. Un tripudio smisurato: generazioni di sconfitte, cancellate dalle urne del 5 luglio. Giungeva finalmente l’ora del riscatto da amarezze e da cachinni: chi non usava deridere i gruppuscoli di sinistra? Invece eccoli vendicati dalle Parche nell’ora stessa che il Blair italiano, un ex-borgomastro di scarne letture di classe, si credeva dominus del governo e del Pd. I giorni ateniesi sono stati vivificanti per i nuovi Byron e i nuovi Santarosa calati in Grecia per ululare la loro fame di sinistra, per inneggiare al piccolo paese che il potere spettante ai pacchetti azionari li trasferisce ai cittadini. La Grecia è il Davide che fronteggia Golia. Che alle regole del mercato ha lo stomaco di opporre la legge delle urne. Basta con le imposizioni del capitale e della partita doppia. D’ora in poi la legittimità la definiscono le mani coi calli. Banchieri e cassieri si inchinino.

Altrettanto inebriante fu, poco meno di un secolo fa, il gioioso happening dannunziano della Reggenza del Carnaro. Meglio ancora che dalle alate orazioni del Comandante, l’avventura fiumana fu cantata dalle testimonianze minori quali “La quinta stagione” di Leo Kochnitzky, l’intellettuale russo che per qualche mese fece il “ministro” del Comandante. “La quinta stagione” attestò che l’esperienza fiumana, al di là dei trastulli e dei ludi trasgressivi, fu anche un serio tentativo di asserzione anticonservatrice, sia pure insidiata dall’estetismo, inguaribile malattia del secolo: “La Carta del Carnaro è l’invenzione suprema di due generazioni di parnassiani, di simbolisti, di seguaci di Ruskin, di seguaci di Wilde. Il naturale sbocco di 60 anni di biblioteche, collezioni, musei”. In realtà il legionario intellettuale slavo confermò che il d’Annunzio fiumano era essenzialmente antiborghese: “La sua Città del Sole, il suo progetto utopico, era l’antitesi di ogni tipo conosciuto di ideologia democratico-borghese”.

Ecco, l’Atene del 5 luglio 2015 è stata dall’alba al tramonto la Fiume di Fassina, Civati e Vendola: coronata da travolgente successo all’apertura delle urne, ma già il dì dopo pugnalata dall’assassinio sacrificale di Varoufakis, satanico capovolgitore della scienza delle finanze. Per qualche ora la comitiva dei contestatori dell’ordine Bundesbank sentì che la storia virava dalla sua parte; vendicava le perenni disfatte dell’ipersinistra dei quasi nessuno, abbonata a Libération e al Manifesto. Finalmente un paese stordito dall’appartenenza plutocratica si ergeva solo e vindice contro il Sistema. Si sarebbe fatto guida e punta di diamante di un movimento mondiale liberato dai ceppi confindustriali.

Non è durata molto la letizia di sinistra. Nulla di somigliante alla gloria dell’occupazione delle fabbriche (1920), quando il Lenin sardo Antonio Gramsci poté brevemente annunciare che il proletariato aveva conseguito l’egemonia e avviato la Rivoluzione; quando le bandiere rosse garrivano; quando l’arcisabaudo Giolitti sfotteva Giovanni Agnelli offrendogli di debellare coll’artiglieria l’occupazione operaia della Fiat. Quelli furono giorni irripetibili: benché la predicazione gramsciana non apparisse molto credibile come lievito dell’insurrezione di popolo. E’ il destino delle minoranze dei quasi-nessuno.

Tuttavia i nuovi Santorre di Santarosa, i neo-fiumani del 5 luglio, non devono disperare. Se da loro il trionfo della democrazia greca, balneare-velica, non ha ricevuto supporti né puntelli; se la presenza a fianco degli Elleni di Civati con Fassina conta ancora poco rispetto ai bonifici bancari di Dijsselbloem, Lagarde e Draghi, la comitiva accorsa da Roma e da Bari ne ha ancora di frecce ai suoi archi!

La più infallibile, pari ai dardi di Odisseo contro i Proci a banchetto, è la mobilitazione antifascista delle brigate internazionali, come nel 1936 spagnolo. Accorsero combattenti sdegnati dal mondo intero. La Gran Bretagna, che mangiava cinque volte al giorno e possedeva colonie in tutti i continenti, mandò in Spagna pattuglioni di futuri letterati marxisti. Persino gli Stati Uniti fornirono drappelli di comunisti yankee, carezzati dalle simpatie di Anna Eleanor Roosevelt, quinta cugina e consorte di Franklin Delano, nata e sposata nei miliardi ma convintamente radical-chic. E’ in questa direzione -le brigate internazionali- che gli arditi della sinistra-che-non-perdona devono guardare per abbattere il Reich finanziario. Contro l’indignazione dei pensionati salonicchesi, cosa potranno, sulla distanza, i banchieri di Francoforte se alla testa di detti pensionati si metteranno i Nuovi Byron?

Stalin sbagliò a chiedere quante erano le divisioni del Papa. Voi cinici e scettici blu, non chiedete il numero delle divisioni di Varoufakis: egli ha di meglio, ha le brigate di Fassina & Vendola.

Porfirio

CONTRO IL TERRORISMO I SICOFANTI ESIGONO GUERRA VERA, OCCORRENDO WW3

Esistono i maestri, esistono i cattivi maestri, infine esistono i maestri sicofanti o semplicemente ‘dementati’ (quos Deus vult perdere, dementat). Dementato è termine letterario. Come docente universitario, Angelo Panebianco esercita tecnicamente un magistero, si vedrà in quale delle tre categorie. Giorni fa ha apostrofato sul Corriere della Sera la nazione americana, sotto il titolo “Per Obama arriva la scelta più difficile. L’Europa è strategica”. L’ingiunzione: “Devono capire che è nel loro interesse essere coinvolti nella protezione del Vecchio Continente. Un piano lungimirante per contrastare e prevenire le ondate di violenza che partono dal Medio Oriente”.

Gli americani rampognati si attenderanno a giorni dallo Strangelove di via Solferino la proposta di dichiarare guerra “al Medio Oriente”. Invece no, il professore sa bene che non esiste un governo del Medio Oriente cui recapitare la dichiarazione di guerra. Precisa: “Gli europei, una volta acclarata la propria incapacità/impossibilità di cavarsela da soli, devono sperare che alla Casa Bianca torni un Woodrow Wilson, oppure un F.D.Roosevelt. Devono augurarsi cioè che gli Stati Uniti tornino ad essere guidati da qualcuno che sia capace di contrastare le pulsioni isolazioniste del Paese, qualcuno che, senza bisogno di una nuova Pearl Harbor, faccia capire agli americani che è nel loro interesse (come è sempre stato) partecipare alla difesa dell’Europa”. In altre parole, il Nostro invoca il ritorno dei due inventori del bellicismo americano, così caro ai presidenti Washington e Monroe.

Tuttavia non considera, sempre il Nostro, che i due Ur-guerrafondai di cui parliamo avevano una buona ragione per schiacciare le pulsioni isolazioniste (“erano fortissime negli anni che precedettero la Prima e la Seconda guerra mondiale”). La buona ragione era: fondare (Wilson) e ingigantire (Franklin Delano) l’impero planetario dell’America. Oggi i novelli Woodrow e Franklin D. possono solo rimpicciolire e menomare detto impero. L’ultimo tentativo imperiale lo ha fatto G.W.Bush, imitato controvoglia (con i droni che George W non aveva) da Barack Obama. Bush sì pensava con le categorie di Woodrow e Franklin D!

Purtroppo, nell’additare dette categorie al successore di Barack, Panebianco non si è accorto che dalla Corea in poi gli USA hanno non-vinto, oppure perso, tutte le loro guerre e Strafexpeditionen: 65 anni di smacchi. Le imprese del Pentagono si sono rivelate così costose, per dimensioni elefantiache per efficienza lillipuziana, che l’apparato militare più bulimico del mondo non può più permettersele. Il Califfato, il Kurdistan o Israele sì possono.

Dopo l’emorragia cerebrale che il 12 aprile 1945 a Warm Springs, West Georgia, uccise Roosevelt l’innamorato della pace, nessun demiurgo ha più fatto guerrieri gli americani nella misura che riuscì al mite Franklin D. Nessuno ci è più riuscito perchè nessuno è stato altrettanto imperialista quanto il presidente delle Quattro libertà.

Incalza il prof.Panebianco: “Sostituire i soldati sul campo coll’arma aerea è una tipica e tragica furbizia delle democrazie quando troppi soldati tornano dentro le bare”. E chi potrebbe dargli torto? L’America pusillanime, anzi panciafichista, dia in appalto a Panebianco (o al suo collega Dr.Strangelove) di soffocare negli statunitensi l’avversione alle bare di ritorno; così i Dipartimenti di Stato e della Difesa potranno muovere guerra sia ‘al Medio Oriente’ , sia a scacchieri e a continenti eventualmente suoi amici. Muovere guerra, e verosimilmente perderla. Come nei due Vietnam, per esempio, dove l’insuccesso catastrofico costò solo il 50% scarso in più che tutte le bombe sganciate nella WW2 sul globo.

In proposito Panebianco si rilegga le desolate considerazioni di Arthur M.Schlesinger sulle sciagure portate agli Stati Uniti dall’universalismo guerriero di Wilson, più ancora da quello di F.D.Roosevelt, tra tutti i guerrafondai il più estremo. Nel precedente articolo, Internauta aveva pubblicato i bui presagi di Schlesinger.

Porfirio

GLI AMARI PRESAGI DI A.M.SCHLESINGER JR SUI DESTINI DELL’AMERICA

“Prima che il mio mandato alla Casa Bianca finisca, dovremo fare nuove prove per dimostrare se una nazione organizzata e governata come la nostra potrà durare. Il risultato non è affatto certo”.

John Fitzgerald Kennedy disse queste parole piene di fato nel 1961; e Arthur M. Schlesinger Jr le mise a epigrafe della propria intensa opera “The crisis of confidence -Ideas, power and violence in America” (1967). Questo Schlesinger, figlio di un altro Arthur M. che insegnava storia a Harvard, fu uno dei grandi nomi dell’Amministrazione Kennedy, astro del ‘circolo degli Scipioni’ che attorniava il presidente. Successore nella cattedra del padre a Harvard, consigliere speciale del presidente Kennedy, influenzò la temperie culturale della Nuova Frontiera più o meno come Paolo Diacono monaco longobardo segnò un po’ il regno di Carlo Magno. Qui vogliamo evocare alcuni pensieri di Schlesinger Jr, tratti dall’ edizione italiana (Rizzoli), per mostrare come un intellettuale di vertice presentiva mezzo secolo fa il degenerare delle prospettive anche spirituali dell’America, l’antica ‘fidanzata del mondo’.

“Siamo molto meno ottimisti riguardo a noi e al nostro futuro. Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo, che non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Cè motivo di credere che il pessimismo sia radicato come non mai. Le nostre città sono travagliate e in rivolta, c’è una crescente sfiducia e amarezza da parte delle minoranze, c’è un disfacimento dei legami di urbanità sociale, c’è una violenza contagiosa, c’è un moltiplicarsi del fanatismo di destra e di sinistra, c’è la generale tendenza, specie tra gli intellettuali, i giovani e i neri, a ripudiare l’assetto del paese. In cinque anni abbiamo avuto l’assassinio di tre uomini (John e Robert Kennedy, M.Luther King) che con la forza trascinante dei loro ideali avrebbero potuto tenere unita la nazione.

“All’estero l’America suscita sempre maggiore scetticismo e antipatia, i suoi intenti sono fraintesi e calunniati, i suoi sforzi inutili. Il fatto che mezzo milione di soldati americani, coadiuvati da un milione di soldati alleati, impiegando i mezzi della più moderna tecnologia militare, non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America. E le devastazioni che abbiamo compiuto nel perseguire fini da noi ritenuti nobili ha scosso la nostra fiducia nella rettitudine americana. E’ giunto il momento di riesaminare le istituzioni e i valori del nostro paese. I Padri Fondatori concepivano gli Stati Uniti non come un risultato compiuto, ma come un esperimento. Sarà il popolo a rispondere all’interrogativo che si poneva John F.Kennedy quando si chiedeva se una nazione come la nostra potrà durare.

“Alla maggioranza dell’umanità dobbiamo sembrare un popolo orribile, visto che non abbiamo fatto nulla per impedire che l’omicidio divenisse un’importante tecnica di politica interna. Visto che abbiamo assalito un piccolo paese all’altro capo del mondo con una guerra assolutamente sproporzionata ai fini della sicurezza e dell’interesse nazionali. Ma soprattutto visto che le atrocità che commettiamo non hanno scalfito la nostra prosopopea ufficiale, la nostra sicumera di infallibilità morale. Lo zelo con cui ci siamo lanciati in una guerra irrazionale fa pensare che profonde spinte di odio e di violenza improntino tutta la nostra politica estera.

“Non c’è niente di più scoraggiante del vedere che alcuni intellettuali rifiutano gli strumenti della ragione, anzi cominciano essi stessi ad aggredirla. Stanno intensificando l’assalto alla civiltà, affrettano la disgregazione in atto nella società americana. Cosa ha spinto gli intellettuali a rivoltarsi contro la ragione? Buona parte della colpa è da attribuirsi alla guerra nel Vietnam, una guerra che ha indotto il nostro governo a seguire una linea di spaventosa e insensata distruzione. Ma la causa va oltre il Vietnam. Fa presentire una più vasta assurdità, persino una vera malvagità della nostra società ufficiale. Ad alcuni appare addirittura come il risultato fatale di un’irrimediabile corruzione del sistema americano.

“Non posso condividere la convinzione che ci fosse qualcosa di ineluttabile nella guerra nel Vietnam, che la natura della società americana avrebbe costretto qualunque governante a seguire la stessa linea folle. Si capisce però come le contraddizioni della nostra società possano pesare tanto sulle persone sensibili. Hanno prodotto un’ondata di disperazione sulla democrazia. Da quando abbiamo cominciato a bombardare il Nord Vietnam (febbraio 1965) il nostro governo è stato insensibile alle critiche più ponderate. Ha cominciato a farsi strada l’opinione che il sistema stesso della democrazia sia impotente nel nuovo assetto segnato dall’industrialismo economico, militare e intellettuale.

Cresce la convinzione che le politiche di partito siano solo una facciata e una finzione, si rafforza il cinismo nei riguardi delle istituzioni democratiche. Alla fine il senso d’impotenza della democrazia ha dato vita a un credo che si oppone in modo sistematico e violento alla democrazia stessa.

“Con il discorso al paese sul Vietnam, il 31 marzo 1968, il presidente Johnson ha fatto qualcosa di più che fermare l’escalation militare, intensificare i tentativi di negoziato e rinunciare alla rielezione. Ha annunciato il fallimento di una politica, forse anche la fine di un’epoca. La follia del Vietnam, se adeguatamente compresa, forse può salvarci da follie future. Con l’universalismo che ci ha portati nel Vietnam si è andato formando un gruppo di potere insolito per la società americana: una classe di militari interessati a termini di legge a istituzionalizzare e ampliare indefinitamente le politiche di interventi nel mondo intero. Con questa classe guerriera sono nate nuove forme di imperialismo. E’ qui certamente che va cercato uno dei moventi principali della nostra tendenza imperiale: l’incessante pressione dei militari di professione. Il blocco guerriero domanda costantemente più denaro, armamenti sempre più avanzati, sempre più impegni e interventi bellici. “La storia e le nostre conquiste -disse il presidente Johnson il 12 febbraio 1965- hanno imposto a noi la principale responsabilità di proteggere la libertà su tutta la terra”.

“Questo messianismo ci ha fatto perdere il senso dei rapporti tra mezzi e fini. Non penso che il nostro impegno originario nel Vietnam fosse di per sé immorale. Immorale è stato l’impiego di mezzi distruttivi assolutamente sproporzionati a fini razionali.

Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam era nell’ottobre 1968 di 2.948.O57 tonnellate. Il peso totale delle bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale, sia nel teatro europeo sia in quello del Pacifico è stato di 2.057.244 tonnellate.

“Liberandoci dalle pastoie militariste della nostra politica estera, possiamo cominciare ad opporci. Solo riducendo la nostra presenza militare nel mondo potremo restaurare la nostra influenza. L’esperienza del Vietnam ha mostrato anche che non possiamo condurre due crociate simultanee: gestire una guerra anche piccola contro un paese sottosviluppato e contemporaneamente far fronte ai problemi interni degli USA. La politica di impegno totale nel mondo è incompatibile con la ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non per la sua forza militare, quanto per la capacità di sanare le divisioni interne e di realizzare le possibilità della società elettronica.

“Quanto alla Vecchia Politica, essa è un mito tenuto in vita dai politici professionisti che sono personalmente interessati a preservarla, e dai giornalisti che passano la maggior parte del loro tempo a intervistare i politici professionisti”.

Profirio

CHE FATICA COMBATTERE COPERNICO A DIFESA DEL SILVIOCENTRISMO D’ANTAN

Si consoli Angelo Panebianco: capitò anche a giganti del pensiero quali Martin Lutero (in sottordine, anche a Filippo Melantone) e a padreterni dell’astronomia come Tycho Brahe, di respingere la svolta eliocentrica di Copernico. Col tempo, e col sostegno delle conquiste di Keplero, Galileo e Newton, il grande polacco trionfò. Oggi, nel suo areòpago celeste, Copernico ha la soddisfazione di dare il suo nome a tutte le scoperte, teorie e prospettive che capovolgono ogni concezione precedente.

Non per questo Lutero e Tycho Brahe devono sentirsi umiliati per sempre. Lo stesso Panebianco non si disperi. E’ vero, a lungo ha creduto che il firmamento ruotasse attorno alla Terra, dunque attorno all’Uomo; che perciò il centro dell’universo fosse un magnate di Arcore, palazzinaro-pubblicitario prima, televisivo poi, infine statista incline alle orge con le menadi. Oggi che la comunità scientifica respinge il silviocentrismo, Panebianco sente la necessità di additare al monarca spodestato una nuova ragion d’essere. Tutto bene: però nel suo interesse si discosti dalla linea di pensiero enunciata il 13 maggio coll’editoriale cui il Corriere della Sera ha dato il titolo “Il destino bloccato di un partito”.

Panebianco esordisce con impeccabile buonsenso. “La debacle di Berlusconi nel Trentino conferma che, in assenza di un’opposizione credibile, Matteo Renzi sarà per molto tempo imbattibile. Il punto decisivo è naturalmente lo stato comatoso di Forza Italia. Un partito in cui il declino del carisma del fondatore ha aperto la strada a una miriade di conflitti tra notabili che si disputano pezzi di eredità; un partito che non è più in grado di attrarre gli elettori di centrodestra”.

Il ragionamento di Panebianco si fa meno cristallino quando afferma che Forza Italia è al momento “un partito bloccato, non può vivere né con, né senza Berlusconi. Lui è il fondatore, e solo lui può decidere se e quando tirarsi fuori. Anche perché, pur essendo la stella di Berlusconi offuscata, egli resta comunque l’unico leader che possa ancora far presa su settori dell’elettorato conservatore: qualcuno che riesca a prenderne il posto non è ancora emerso”.

Panebianco si fa ancora più tolemaico (per i giovanissimi= geocentrico ossia anticopernicano) quando statuisce: “Ma poiché Berlusconi resta nonostante tutto molte spanne al di sopra degli altri politici di centrodestra, egli sembra il solo ancora capace di intuizioni giuste”. Questo ci sembra ragionare da vecchio gregario del Cagliostro fininvest; quale è comunque l’ultima delle intuizioni fulminanti? Risposta: “dar vita a un partito repubblicano ispirato ai conservatori americani”. Ohibò.

Tuttavia il Nostro ammette che occorre anche rinnovare le idee: “Ha ragione probabilmente Antonio Martino a proporre una piattaforma centrata sulla flat tax : il prelievo fiscale dovrebbe essere una percentuale ‘x’ uguale per tutti, tolta la fascia dei più poveri, esentati dalle tasse”. Per la verità il professore nostalgico dell’arcorecentrismo riconosce: “Se fosse davvero adottata, la flat tax accentuerebbe le diseguaglianze; però innescherebbe una crescita economica vigorosa, forse anche nel tempo spettacolare”. Insomma: “C’è un ampio elettorato di centrodestra che può essere riconquistato se gli si presentano nuovi leader e nuove idee”.

E’ un paio di secoli che la ‘nuova idea’ della flat tax seduce gli zeloti del liberismo. Non è nemmeno escluso del tutto che, se la fascia degli esenti totali fosse fatta molto larga, tipo compassionate conservatism, il risultato potrebbe piacere per così dire alle masse. Però non sembra facile che Martino & Panebianco guadagnino il padronato più dinamico (=vocato agli investimenti) alla prospettiva di elargire sgravi fiscali alla plebe, pur di abolire la progressività. La rivoluzione della flat tax appare un’opera di lena abbastanza lunga da non poter beneficare né Martino né Berlusconi; laddove le geremiadi di Panebianco ineriscono all’immediato, a quella sortita dal castello assediato che salvi la guarnigione conservatrice e rimetta sul trono il deposto Silvio, prima che superi i 90 e passa.

Insomma la pensata di Antonio Martino potrebbe in astratto operare un mezzo miracolo. Però suggeriamo di perdere l’abitudine di collocare l’ex-Cav “molte spanne al di sopra di altri politici di centrodestra”. Era una valutazione sbagliata, oggi fa ridere più di prima. Le Borse si impennerebbero se Silvio entrasse in convento.

Porfirio

UN TYCOON AMMIREVOLE DEL PASSATO: VITTORIO SELLA

Volete una figura di capitano d’industria quasi opposta al tycoon tipico dei nostri giorni, tutto mondanità, barca, machiavellismo, intrinsichezza coi politici e coi media? Ecco Vittorio Sella (1859-1943). Quando non era di turno alla guida del nostro maggiore gruppo laniero -il Biellese poco dopo l’Unità contava 94 stabilimenti lanieri- questo Sella scalava le montagne più alte del pianeta: dalle Alpi sovrane al Caucaso centrale (dodici cime più alte del Bianco), dal Himalaya al Ruwenzori. Soprattutto fotografava quelle montagne. Vittorio Sella è il pioniere e il maestro della fotografia di vette e ghiacciai invernali.

Era figlio di Giuseppe Venanzio Sella, fratello di Quintino, l’ordinatore delle finanze del nuovo regno d’Italia. Venanzio era in proprio fotografo di rango, teorico e tecnico della nuova arte. Nel 1856 aveva pubblicato, sempre il padre del Nostro, un vero trattato ad hoc, presto tradotto in tedesco e in francese. Poi Venanzio era stato assorbito fino in fondo dall’impegno di sviluppare e trasformare l’impresa familiare. E quando si era profilato il laticlavio -così si indicava allora un seggio nel vitalizio Senato del Regno; laticlavio era stato l’orlo purpureo della tunica dei senatori romani antichi), Venanzio aveva implorato il fratello importante in politica: “Fai quanto puoi onde che io non sia proposto. Ciascuno al suo posto. Il mio posto è a fare onestamente il negoziante”. Ce li immaginiamo Tronchetti Provera o Della Valle che si definiscono negozianti?

Notare che anche il fratello Quintino, il capo della vecchia destra piemontese, nutriva uno speciale interesse per la ‘bellissima arte’ della fotografia. Nel 1851 progettava di impiantare una dagherrotipia. Quanto alla montagna, basti dire che nel 1863 fondò il Club Alpino Italiano.

Se i Sella, dinastia di imprenditori aperti al progresso, si mettevano alla testa delle iniziative nel comparto fotografico, va detto che una dozzina di maschi della famiglia erano tra i protagonisti della seconda generazione dell’alpinismo italiano. Nel 1882 un Alessandro conquistò il Dente del Gigante; due anni dopo ascese il Lyskamm per la cresta sud, con un figlio di Quintino. Ciascun Sella voleva meritarsi i galloni di rocciatore: alpenstock e nessun indumento tecnico, bensì una vecchia giacca di città; a volte un sacchetto sulla faccia per proteggere la pelle (due buchi per gli occhi, uno per la bocca). Naturalmente si guadagnò prestissimo i galloni Vittorio, che qui additiamo come l’opposto diametrale del tycoon negativo.

Alla morte prematura di Venanzio la vedova e Quintino il ministro decisero di inserire il ragazzo nell’azienda, interrompendo gli studi liceali e intraprendendo quelli della Scuola professionale di Biella, naturalmente fondata dai Sella. Lo zio statista andrà avanti a lungo a incoraggiare Vittorio sulla strada dell’alto alpinismo invernale, della fotografia pionieristica, dell’esplorazione di cime, ghiacciai e valli in paesi spesso inesplorati.

Nel 1889, dopo una serie di conquiste oltre i 4000, e dopo avere compiuto sulla Dufour la prima invernale nella storia dell’alpinismo, Vittorio si fa conquistatore e, con le sue straordinarie panoramiche, glorificatore dei giganti del Caucaso (scala anche l’Elbruz, metri 5629), del Nepal, del Sikkim, del Karakoram. Finché nel 1897 si apre il sodalizio alpinistico e l’amicizia con Luigi Amedeo di Savoia, l’esploratore una cui spedizione ha raggiunto i 7498 metri, massima altitudine allora mai toccata dall’uomo. Il duca degli Abruzzi frequenta casa Sella.

Vittorio in seguito capeggia o partecipa a imprese in Alaska e al Ruwenzori: per questa spedizione africana deve pagare tra 300 e 400 portatori; la spesa lo angoscia. Si avvicina ai luoghi più remoti soprattutto con viaggi ferroviari -terza classe- che durano settimane. Le testimonianze umane più emozionanti le porta dal Caucaso centrale. Ritrae pastori, briganti, signori di vallate, rustici patrizi alpestri. Fa conoscere al mondo grossi villaggi dove si contano fino a 90 superbe casetorri di architettura antica. Una severa principessa a Mazeri (Soanezia), fotografata tutta in nero sul suo trono, sembra l’ava di Medea abbandonata da Giasone. Lo straordinario opus delle immagini e dei testi sugli abitanti del Caucaso, pubblicati più volte, fanno di Vittorio Sella anche un etnografo e un antropologo, in definitiva uno scienziato.

Scalò tante delle vette più alte della terra che i medici gli trovarono la parte alta dei polmoni insolitamente larga (quello che chiamiamo il “fisico bestiale”!). Affrontò fatiche e pericoli che non tutti i massimi alpinisti del nostro tempo conoscono. Esplorò e contribuì a cartografare regioni quasi sconosciute, fianco a fianco di due dei suoi tessitori biellesi.

Ci fermiamo. Forse siamo riusciti a tratteggiare un contro-tycoon del passato. Si meritò la prominenza sociale the hard way, non concedendosi alcuna debolezza. Più ancora alcun edonismo.

Profirio

NON AMAVA LA PSEUDODEMOCRAZIA LEE KUANYEW IL CAVOUR ASIATICO

A Lee, il padre-padrone di Singapore morto giorni fa novantaduenne, si attribuisce una formula secondo cui la democrazia non giova allo sviluppo economico. Di sviluppo Lee si intendeva, avendo inventato Singapore non solo come città-Stato insolitamente ben gestita in termini di efficienza, ma anche come turbina generatrice di reddito. E’ una delle Tigri asiatiche, seconda per reddito pro capite solo al Giappone. Tenendo anche conto che Lee era di etnia cinese, forse si può pure dire che abbia mostrato la via alla Cina, brillante operatrice di progresso produttivo senza democrazia. E’ lecito ipotizzare che mai Pechino avrebbe realizzato i suoi conseguimenti se si fosse consegnata al parlamentarismo, alla partitocrazia e ai ludi sindacali.

Il presidente Obama aveva definito Lee “una figura leggendaria nella prospettiva di due secoli”. In effetti, sulla scena asiatica era stato una specie di Camillo Benso di Cavour, il quale su una scena europea dominata da quattro grandi imperi aveva svolto un ruolo di statista ben superiore alla dimensione del regno di Sardegna.

C’è stata poca democrazia nelle opere e nei giorni di 02Lee Kuanyew. Rampollo di una famiglia cinese ricca, poi caduta in bassa fortuna, aveva avuto inizi politici difficili: per esempio era fallito un progetto per cui si era molto speso, l’integrazione tra Singapore e i paesi malaysiani. Poi aveva collezionato soprattutto successi, non solo economici. Vinse sette elezioni generali, e in quattro di esse il suo partito (PAP) ottenne tutti i seggi. Con 31 anni da Premier, il suo era stato il mandato di governo più lungo della storia. Poco dopo essersi ritirato aveva messo come primo ministro il figlio, brigadier generale Lee Hsienloong; e il figlio lo aveva proclamato ‘Minister Mentor’, in pratica Tutore del governo. Di fatto una canonizzazione moderna. E’ chiaro che avrebbe potuto farsi Re del più prospero degli Stati del Sud Est asiatico.

Caratteristico del paternalismo energico di Singapore che il codice penale contempli in grande il caning, le punizioni corporali ereditate dal regime coloniale britannico. Conosciamo il numero di esse eseguite in un anno recente (quasi 6500). Come negare la logica della punizione corporale -in gioventù sofferta senza drammi dallo stesso Padre della patria- quando esse scongiurano la detenzione: lunga, costosa e devastatrice?

Il pensiero politico-economico di Lee, oggi impartito anche oltreconfine da un’apposita fondazione e Scuola superiore, è di fatto un maoismo nazional-liberista, i cui insegnamenti sono stati senza dubbio più efficaci dei precetti del Grande Timoniere. Si ripropone così l’interrogativo: la Cina sarebbe diventata la maggiore economia del pianeta se Deng

Xiaoping, oltre a ripudiare la rivoluzione permanente e culturale di Mao, avesse introdotto nell’Impero di Mezzo la plutodemocrazia all’occidentale, partiti elettoralismo diritti tangenti? E la Spagna avrebbe avuto la modernizzazione degli anni Venti -case popolari, un inizio di Welfare (strade, canali, Paradores, industrie)- se Miguel Primo de Rivera non fosse stato Dictador filosocialista fino al 1930?

Anthony Cobeinsy

TROPPO BUONO IL MARX 2.O FRANCESE A CONTENTARSI DELLA DEMOCRAZIA

Uno che non abbia letto le 950 pagine de Il Capitale nel XXI secolo (titolo della traduzione italiana- Bompiani),e che non si proponga di farlo, in quanto poco attratto da alcuna rivisitazione di Karl Marx, sente l’obbligo di giustificarsi. Non si impegnerà sul pensiero di Thomas Piketty essendo convinto che la validità teorica di certi pensieri, persino sommi, sia di fatto irrilevante.

E’ invece decisivo capire chi porterebbe avanti in politica le teorie di Piketty. I precedenti fanno pensare che il braccio secolare del Maestro sarebbe, in Francia, il tradizionale progressismo a sinistra di Hollande: come a dire il quasi nulla. I precedenti sono, in particolare, che Piketty era stato consigliere economico di Ségolène Royal; e che, da presidente, Hollande si è rimangiato la promessa di una rivoluzione fiscale ampiamente ispirata alle proposte della Pikettynomics: “tassazione più progressiva non solo dei redditi, anche dei capitali; trattenute alla fonte; disincentivi alla ricchezza non guadagnata; controllo sul capitale”.

Dunque è verosimile che il marxismo XXI secolo sarà portato avanti dalla Gauche. Se così sarà, non avrà senso curarsene. Il sinistrismo alla Gauche, quello dei ‘diritti’ landinisti all’italiana, quello spagnolo del conato Zapatero, condannano all’insuccesso tutto ciò che toccano. Perché? Essenzialmente perché i sinistrismi sono sempre o insinceri o impotenti. Non sono credibili e non sono creduti. E’ fallito il comunismo serio, quello di Lenin e Stalin, dei Fronti popolari, delle grandi purghe e dei gulag; figuriamoci il gauchisme di Ségolène, Rodotà, Cuperlo, Camusso, di Sel e dei gruppuscoli che, come Il Manifesto, vivono un Avvento interminabile, l’attesa del ritorno del comunismo (versione terrazze romane/ombrelloni a Capalbio).

Nell’incipit abbiamo parlato di un generico “uno che non abbia letto, né intenda farlo, Il Capitale nel XXI secolo” . Volendo essere più specifici, tiriamo in ballo chi scrive questi mozziconi di righe. Costui sognerebbe misure più vicine ai gusti e ai criteri di Vo Nguyen (che come generale Giap umiliò la Francia e, infinitamente di più, gli USA) che alla linea di Piketty. Per riuscire, Giap si regolò all’opposto dell’economista, secondo il quale “la democrazia deve avere il controllo sul capitale”. La democrazia quale la conosciamo è, per il tedio e la diffidenza che ispira, certezza di insuccesso. La democrazia è, per esempio quella cosa per cui non si possono sbocconcellare di un decimo, a termini di diritti acquisiti, i più osceni tra i vitalizi dei nostri cleptocrati. Oppure scongiurare l’aumento della corruzione. Il metodo di Giap, più che sbocconcellare, cancellerabbe in toto i vitalizi, tranne quelli dei poveri assoluti. Meglio: Giap, che non si curava di democrazia, associerebbe cleptocrati ed ereditiere ai campi di rieducazione.

Dire male di questa democrazia è, come nel 1530 il fiorentino Francesco Ferrucci contestò a Fabrizio Maramaldo, “uccidere un morto”. Un morto è la democrazia che piace a Piketty, se vuole darle il controllo del capitale. Lungi dal vostro scribacchiante voler difendere il capitale: è questa democrazia che non merita di controllare alcunchè. Il montare delle disuguaglianze, l’immanità delle fortune ereditate o apertamente colpevoli sono consustanziali alla democrazia elettorale-partitica: consustanziali non solo agli Stock Exchanges di Londra e di New York, anche di dovunque si blateri di democrazia.

I controlli sul capitale che Piketty invoca, affidiamoli a Giap. Quelli operati dalla democrazia li conosciamo: alle ereditiere piacciono, e i tycoons con la mansion nel Connecticut non si lamentano.

Anthony Cobeinsy

Prospettiva Nevskij

E cosi, mentre il vento, come ai tempi di Battiato, continua a soffiare a 30 gradi sotto zero, incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, passeggio sulla prospettiva Nevskij; ma invece di Igor Stravinskij per caso incontro un uomo russo in tuta mimetica militare che mi porge un foglietto bianco e mi dice con aria energica: “Aiuta la nuova Russia!”. Avendogli chiesto ulteriori dettagli, per prima cosa insiste perché ci presentiamo l’uno all’altro. Sergej comincia a spiegarmi che in Ucraina gli americani hanno organizzato un ennesimo colpo di stato e che è diritto della Russia di riprendersi i suoi territori, popolati da russi: la nuova Russia, comincio a capire, non è affatto in territorio russo. Lo ascolto.

 

LA NATO

Qui in Russia le idee sono chiare: gli americani cercano di estendere il loro dominio del mondo attraverso la NATO. Dopo la promessa fatta alla Russia agli inizi degli anni 90, di non allagare l’alleanza atlantica al vecchio blocco sovietico, la NATO ha ingoiato Repubblica ceca Ungheria e Polonia nel ’99, nel 2004 è la volta di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia, nel 2009 di Albania e Croazia. Georgia e Ukraina, teatri delle cosiddette rivoluzioni colorate sono le prossime nella lista. La giusta obiezione che si può fare è che ogni stato libero è libero di aderire a qualsivoglia organizzazione. In principio è un discorso giustissimo, ma per accedere alla NATO bisogna essere invitati dalla NATO. L’iniziativa dello stato aderente non compare proprio nella procedura se non in senso negativo, per un possibile(?) rifiuto ad aderire. L’articolo 10 del Trattato nato dice :”The Parties may, by unanimous agreement, invite any other European State in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area to accede to this Treaty. Any State so invited may become a Party to the Treaty by depositing its instrument of accession with the Government of the United States of America. The Government of the United States of America will inform each of the Parties of the deposit of each such instrument of accession.”

La NATO, attraverso il diretto patrocinio del Governo degli USA, sceglie con cura chi conviene o non conviene avere come membro in un determinato momento.  Si noti poi che la volontà popolare non è affatto chiamata in causa, attraverso un referendum per esempio. Ebbene la versione russa, che Sergej ormai mi racconta infervorato, è che Yanukovich, ex presidente ucraino filorusso, sia stato scalzato da una piazza finanziata dagli americani, proprio perché non ha accettato l’invito americano di avvicinarsi, tramite l’UE, all’Alleanza Atlantica. Questa versione, che vorrebbe lo zampino americano dietro ogni avvenimento in territorio ex-sovietico è un po’ troppo azzardata? Probabilmente si. E’ però un fatto abbastanza singolare che l’Ucraina abbia, dopo la protesta di piazza Maidan e il rovesciamento di Yanukovich, un ministro delle finanze americano di (lontane) origini ucraine. Nata e cresciuta in America, con master ad Harvard e una carriera al Dipartimento di Stato, si chiama Natalie Jaresko.

 

Il kosovo

Dopodiché, da buon russo patriota qual è, Sergei tira fuori il Kosovo. Come si sa il Kosovo, provincia autonoma, parte della Serbia durante l’epoca comunista iugoslava, a maggioranza albanese, è stata la miccia delle guerre balcaniche. Milosevic, leader del partito comunista serbo, usa la leva etnica della protezione della minoranza serba per far crollare il castello di carte iugoslavo. La NATO si precipita a difendere il Kosovo attaccato dalla Serbia. Bombe su Belgrado. La risoluzione 1244 dell’ONU ne delimita i confini politici: il Kosovo resta parte delle nuova Serbia, ma protetta da forze NATO che ne garantiscono la sicurezza. La neutralità del Kosovo piacque alla Russia che firmo e avvallo la risoluzione ma non all’America che ha sempre sostenuto l’indipendenza del Kosovo; l’ingresso del Kosovo nella NATO è stato più volte caldeggiato, negli ultimi anni, da Hillary Clinton. E’ bene sapere poi che il neutro Kosovo, salvato dalle bombe NATO ospita ora la più grande base militare americana in Europa, Camp Bondsteel, strategicamente posizionata tra baltici e medio oriente. Si legga più approfonditamente l’analisi dell’istituto canadese Global Research[1]. Chissà che la Crimea, una volta salvata dalle bombe NATO dall’aggressione russa, non possa ospitare una base ancora più grande e ancora più strategicamente piazzata? Sergej non ha dubbi. “Vogliono metterci i tank  e i missili alle porte di casa”

 

Non contro l’Europa ma contro l’America

“L’orso russo non disturba nessuno: si difende” Sergei cita il suo presidente con aria ossequiosa. Putin ama parlare dell’orso russo, pacifico ma forte, padrone indiscusso della sua taiga, attaccato da tutti. “La NATO vuole incatenare l’orsetto e poi strappargli i denti, e gli artigli” continua.

Nonostante la metafora dell’orsetto, viste le mie resistenze a fornire direttamente denaro agli “eroi” di Donbass, Sergei con tono sempre più amichevole mi fa vedere che sul foglietto ci sono dei siti internet, dove posso leggere e capire meglio. Gli prometto che darò un’occhiata. Lui raggiante di aver chiacchierato con un europeo, mi regala due bustine di te.

Questo è quello che ho scoperto: sul sito interbrigada.org, qualsiasi utente russo può donare somme di denaro con Paypal, o carte di credito alle milizie della repubblica autonoma di Donbass, che combattono contro il governo di Kiev. Vi si trova inoltre un’intera lista di cose che possono venire imballate e spedite. Chissà perché c’è subito un’indicazione “non ci serve lo zucchero”. Segue poi un’intera lista, dai medicinali agli stivali alle vitamine B1 e B6 in fiale. Ma forse ancora più utile per toccare con mano il profondo livello di coinvolgimento è la pagina di Vkontakte ( il facebook russo) https://vk.com/spb_helpdonbass. Si evince chiaramente che il gusto, a tratti kitsch, per i carri armati e le bombe regna sovrano. Come altro si spiega la foto di un militare che tiene in braccio un missile con scritto sopra, “Per Kiev. Dalla russa con amore”.  O la foto un babbo natale a cavalcioni di un tank, che armeggia uno strano bastone tipo spada laser di Star Wars e augura a tutti un buon 2015? Ci sono poi provocatorie immagini di un edificio ucraino in fiamme e la scritta “Where is Charlie?”, un forte atto di accusa al mondo occidentale di fare terrorismi di serie A e di serie B. Insomma, tra cattivo gusto, propaganda e accenni filosofici, il sito ha più di mille utenti solo a san Pietroburgo, città russa-europea per antonomasia. E ci sono foto di scatoloni arrivati a destinazione accompagnati da facce sorridenti e scritte patriottiche per un ucraina libera dai “fascisti”. A leggere questa propaganda viene da pensare che la Russia e gli USA stiano facendo un vero braccio di ferro sulle ossa degli ucraini. E gli accordi di Minsk di pochi giorni fa, non sembrano aver cambiato molto la cornice del conflitto. Se l’Europa non fosse cosi totalmente nella sfera americana sarebbe un buon compromesso per l’Ucraina farvi parte. La Russia, in maniera meno chiassosa dell’America, (nessuno sembra  aver  proposto a Putin il Nobel per la pace) non nasconde i suoi interessi pseudo imperiali. E se gli Ucraini sono in fondo Russi, non lo sono i Lituani, gli Estoni e i Polacchi. L’Europa, pertanto, è un buon compromesso, per questo caso complicato. Volontà popolare o no e forse qualche perdita territoriale da tenere in conto, forse un libero stato Ucraino in Europa non sarebbe una cattiva idea. Ma appunto in europa, non nella NATO, come mi diceva Sergej. L’Europa non offre garanze di indipendenza dall’America. E finché sarà cosi, bypassando la retorica della taiga e dell’orsetto pacifico, è comprensibile che la Russia si difenda.

Raimondo Lanza di Trabia

[1] (http://www.globalresearch.ca/kosovo-s-mafia-state-and-camp-bondsteel-towards-a-permanent-us-military-presence-in-southeast-europe/30262).